Il volume curato da Filippo Pergola1 raccoglie contributi sul tema della funzione paterna da parte di vari autori, diversi dei quali docenti universitari, che si muovono dal vertice analitico. Si tratta di una funzione che è esercitata dai genitori (anche dalla madre) ma anche di «tutti i modi, forme, declinazioni di “essere padre”, che si è chiamati a esercitare come educatori, formatori, insegnanti, psicologi, psicoterapeuti». Lo sguardo è rivolto quindi sia al mondo familiare che a quello sociale dove il codice paterno è custodito dalle figure che promuovono l’autonomia del soggetto e lo accompagnano verso un incontro sempre meno mediato e più autonomo con la realtà, aiutandolo ad affrontare la frustrazione, l’incertezza e i conflitti.
Nella nostra epoca si parla spesso di “crisi della paternità”. I modelli educativi condivisi nella cultura attuale post-moderna non sono più ben definiti come era per i padri precedenti, il padre contemporaneo si trova nella situazione pirandelliana nella quale il proprio ruolo non è uno, si può essere centomila padri diversi, tanto da sentirsi nessuno (Cristiano, Bucci, Maloni, 2009). L’attuale fase storica è riconducibile ad un “passaggio d’epoca” nella quale si esperisce il mondo in maniera incerta e si ha la sensazione di vivere senza ben sapere quale sarà l’approdo. Da questo punto di vista è importante lo sforzo compiuto dagli autori nel tentare una riflessione sull’argomento.
Memori dell’insegnamento gruppoanalitico gli autori chiariscono come sia importante non utilizzare esclusivamente modelli interpretativi intrapsichici per analizzare fenomeni sociali, dal momento che “i diversi ruoli familiari non vanno ridotti entro confini privati, ma studiati nei diversi contesti storici” (Pontati, 1999).
Apre il volume il saggio di Filippo Pergola, in cui è svolta una sorta di “cronistoria” della funzione paterna: si va dal momento del concepimento, nel quale il padre è confrontato con la rielaborazione della relazione con il proprio padre, alla fase adulta, quando egli deve lasciare che il figlio prenda in mano il proprio processo di soggettivazione.
A seguire Paola Cecchetti e Carmen Tagliaferri descrivono attraverso lo psicodramma analitico la vicenda dell’assegnazione del nome proprio da parte dei familiari, «il gioco del nome porta al cuore del gioco identificatorio designando il corpo e il posto del soggetto nella filiazione» .L’essere umano nasce nel mondo dove già il linguaggio lo pre-esiste, dove il «Nome del Padre sarà stato il padre del nome».
Giuseppe Nucara articola le sue riflessioni sulla centralità della figura paterna su diversi temi: la nostalgia, il setting, l’anoressia, l’omosessualità, la perversione e la creatività. La funzione paterna è vista come funzione “anti-nostalgica”, finalizzata a favorire nel bambino il superamento della “nostalgia della madre”. L’“Esclusione del padre” e “vuoto paterno” vengono quindi focalizzati, rispettivamente, nella psicopatologia della perversione e nella psicopatologia anoressica.
Il contributo di Raffaele Menarini e Veronica Montefiori sviluppa il tema del Complesso di Edipo analizzando la nascita e lo sviluppo del nazismo come fenomeno collettivo di mancata risoluzione di tale complesso. Questo tema riguarda sia la relazione tra figli e genitori, dal punto di vista psichico, ma anche tra Creatore e creatura, dal punto di vista culturale. Il tema dell’Anticristo colpì Freud che osservava gli affreschi di Luca Signorelli nel 1907 all’interno del Duomo di Orvieto, egli comprese per la prima volta la fenomenologia edipica, con le relative implicazioni del parricidio e deicidio. L’immagine dell’Anticristo rimanda, infatti, al potere del figlio che si sostituisce alla Legge del Padre.
Attraverso l’illustrazione di un caso clinico Gabriele Terziani descrive l’importanza del rapporto con la funzione paterna durante la pubertà. Essa permetterebbe il costituirsi di una sorta di “area intermedia” che consente un investimento esterno, favorendo lo svincolo dalle dimensioni familiari.
Carmelo Sandomenico incentra la sua analisi sulle problematiche adolescenziali, vicende che spesso poggiano su mancate risoluzioni di questioni pre-edipiche come i processi di separazione ed individuazione. La fuzione paterna, prima che essere normativa, deve favorire il raggiungimento di un’autonomia con il raggiungimento di una propria identità che integri le rappresentazioni del proprio corpo sessuato, la rivisitazione delle identificazioni infantili e l’assunzione di un ruolo sociale.
Nel contributo finale, Anna Maria Disanto presenta una ricerca condotta dall’Università di Tor Vergata sull’utilizzo dei blogs da parte dei preadolescenti. Attraverso tali spazi virtuali essi ricercherebbero un rispecchiamento che soddisfi il bisogno di riconoscimento. Lo spazio del blog consente il dispiegarsi di modalità psichiche onnipotenti di tipo primitivo, per contrastare l’incapacità di dare un significato ad esperienze emotivamente ingestibili. Tali fenomeni testimoniano una forte carenza della funzione simbolica paterna nel pensiero collettivo, nella realtà virtuale i ragazzi ricercano una fuga nell’onnipotenza per gestire conflitti e tensioni legati al cambiamento, ciò è in contrasto con il principio di realtà, simbolicamente rappresentato dal padre.
Il pregio dei contributi è quello di mantenere il pensiero sul tema sufficientemente “insaturo”, volutamente incompleto: sarebbe ingenuo proporre spiegazioni esaustive sul fenomeno visto che i cambiamenti socio-culturali sono in corso. Secondo Fornari (1981) che anticipò tali temi, viviamo in un’epoca di oscillazione tra i due codici, materno e paterno, che sfocerà in una integrazione. Il nostro contributo come professionisti può essere molto prezioso nel favorire tale processo.
Da questo punto di vista, il libro può essere considerato come un riuscito contributo alla creazione di una cultura paterna che affianchi e cooperi con quella materna, con valenze diverse e sinergiche: superando la scissione patologica tra cultura patriarcale (se mai c’è stata) e l’attuale cultura matriarcale, sostenuta da maschi ridotti a recitare al massimo quasi solo il ruolo di procreatori e sempre più impauriti a svolgere quello di essere padri in pienezza.
Il discorso della relazionalità genitoriale è proporzionalmente trasferibile alla relazione educativa non genitoriale ma professionale, istruzionale, formativa, scolastica, allora è chiaro che i saggi contenuti nel presente volume, e il volume nella sua globalità, vengono a avere anche una precisa e valida valenza pedagogico-educativa. Ciò è del resto nelle intenzioni di coloro che hanno dato vita al libro. Esso vuol essere il primo di una trilogia. Gli altri due testi riguardano: uno la psicodinamica della relazione educativa scolastica (L’insegnante sufficientemente buono) e, l’altro, la trasmissione psichica tra le generazioni, ambedue sempre a cura di Pergola, con contributi di accademici e professionisti di chiara fama. In tal modo la relazionalità personale viene ad essere esplorata a diversi livelli, in un gioco di dilatazione che va dal familiare allo scolastico, dalla biologia alla genealogia, dal soggettivo al sociale, dallo psichico al culturale: aiutando e presentando possibilità di interventi migliorativi oltre che curativi, educativi oltre che terapeutici, formativi oltre che clinici.
Bibliografia
Cristiano V., Bucci R., Maloni V. (2009), Uno nessuno, centomila padri, in IJPE Vol. I(3), www.psychoedu.org
Fornari F. (1981) Il codice vivente. Femminilità e maternità nei sogni delle madri in gravidanza, Torino, Boringhieri.
Pontati C. (1999), Fuggire dai luoghi opachi. Famiglia Oggi, n.11 (novembre 1999).
1 Presidente dell’Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa e fondatore dell’International Society of Psychoanalysis for Education and socio-political contexts (ISPE).