Ringrazio di poter essere qui con voi e soprattutto di aver ascoltato la relazione del professor Meghnagi2 che mi ha commosso.
C’è un passaggio nel suo percorso che mi fa da aggancio: è quando narra della persona che nel Kippur dice “Io sono in rappresentanza di 97 persone e li dovete nominare!”. Credo che questa icastica frase dica moltissimo di cosaaredo che q dovete nominare!”. Q si può pensare essere questa strana dimensione del transgenerazionale, perché comunque sia, in noi parlano tante persone e credo che se le contiamo forse arriviamo anche noi a 97. Che cosa intendo dire? Intendo dire che condivido la preoccupazione espressa prima e che pervade il nostro lavoro: ogni epoca si innamora di un costrutto e si rischia che ci siamo innamorati adesso del costrutto transgenerazionale che in realtà è bello, affascinante, ci riempie di saperi e pensieri ma poi in pratica cosa ce ne facciamo? Perché il punto, e riprendo un passaggio della relazione precedente, è se siamo un po' consapevoli di quanto cambia il mondo intorno a noi e quanto cambia assolutamente il modo di creare pensieri intorno al mondo che cambia. Questo passaggio diventa sempre più pregnante quando definiamo costrutti quale <il transgenerazionale> di cui intuiamo la forza euristica ma poi è come se fossimo esitanti su come lo possiamo efficacemente utilizzare nella clinica.
Allora ogni volta che nel nostro lavoro si costruiscono percorsi dobbiamo avere la capacità di dire che ogni percorso nuovo è anche una sfida su come procediamo. Se riteniamo che il costrutto transgenerazionale abbia un valore profondo, che in noi parlano tante persone, allora credo che dobbiamo cominciare a interrogarci. Possiamo affrontare queste riflessioni semplicemente illudendoci che il rapporto duale sia sufficiente? Le persone che ci abitano riusciranno a parlare tutte all’interno di una stanza in cui siamo in due? O di fatto dobbiamo cominciare a ragionare che forse ci è necessario poter dialogare con qualcuna di queste persone, padri, madri, nonne, zii, cugini. Però ci viene continuamente insegnato, soprattutto in ambiente analitico, che è bene tenere separati gli ambiti.
E allora come facciamo a pensare di comprendere il transgenerazionale attribuendo ad un'unica persona la capacità di rendere memoria di questo transgenerazionale? Vedete, dico con altre parole quello che avete ascoltato prima: dove sta lo spazio collettivo per rendere parlabili questi racconti? Se affrontiamo questo tipo di impresa dobbiamo aver chiaro che per renderla operante, per renderla utile (perché l'epoca attuale ci sembra che stia parlando di questi problemi!) allora ci aspettiamo di dover cambiare tante modellistiche, tante procedure, tanti modi di ragionare. Oppure, come capita abitualmente, succede come alla collega che viene in supervisione; mi racconta di aver incontrato un’adolescente di 14 anni venuta accompagnato dalla mamma; le chiedo se ha parlato con la mamma e lei mi dice: "E mica sono una terapeuta familiare!". Arriviamo al punto che per parlare con un genitore bisogna essere terapeuti familiari! Dato che questo avviene oggi, dobbiamo accettare la sfida se non vogliamo che il nostro convegno sia solo una bella favola, più o meno mitopoietica. Parlare oggi di transgenerazionale è indicatore potente di cambiamenti radicali dei modi di esistere nella nostra cultura. Non è che prima non ci si pensava e oggi ci pensiamo; oggi ci dobbiamo pensare. Dobbiamo cominciare a pensare il problema secondo modalità che ancora non siamo capaci di rendere operazionabili. Come veniva detto, sembra che tante ritualità terapeutiche siano nell'ordine del sacro per cui non le possiamo modificare se non operando una trasgressione. Introdurre un pensiero sul transgenerazionale, o come proverò a dirvi sul transpersonale, è già di per sé una trasgressione importante. Due grandi temi antropologici hanno fondato la necessità di osare oltre: il dilemma strutturale <individuo-persona> e <il collasso del transgenerazionale>. Io sono nato nel 1942 e quindi mi sono fatto tre anni di guerra; significa che la mia “testa” riesce a leggere, bene o male, un arco che va dal 1942 ad oggi. Un pezzetto nei racconti di qualcuno, un pezzetto nella mia memoria. Però i miei genitori sono nati nel 1910 e quindi la storia va dal 1910 al 2009. Ma i miei nonni, con i quali ho avuto rapporti importanti, sono nati alla fine del diciannovesimo secolo e allora vuoi vedere che le 97 persone le raggiungiamo veramente? Dobbiamo riuscire a concettualizzare che la nostra vita psichica, al di là che appaiano o no come nodi dell'inconscio, abbraccia storicamente 120 o 130 anni di una storicità recuperabile. Perché la storia dei miei nonni è raccontabile da mio papà e da mia mamma, la storia di mio papà e di mia mamma la posso raccontare ai miei figli e ai figli dei miei figli. Siamo, quindi, in una dimensione nella quale il transgenerazionale è assolutamente narrabile e ha avuto sempre nella cultura umana quella forza terapeutica enorme della narrazione che crea connessioni al passare delle epoche. Gli aedi, i miti, Edipo. Se noi abbiamo chiaro questo vuol dire che comunque la nostra storia è narrabile e nel rapporto tra le generazioni copre realmente 120-130 anni. Questa dimensione però non è patrimonio mio, non è patrimonio dei miei figli o dei miei nipoti. Si recupera a volte nell'occasione della morte di un genitore che ti spinge a ricercare le foto, le carte e fa sì che si crei una tessitura di ricostruzione narrativa continua su questi 120 anni che diventano la nostra storia. Concettualizzare che questa storia diventi materiale intrapsichico solo del mio inconscio e che la posso rinarrare in solitudine “solipsistica” è una delle illusioni che ha attraversato e continua ad attraversare la storia della psicoterapia. Nelle terapie con bambini, adolescenti e giovani adulti sofferenti di problematiche psicopatologiche gravi, lesionati dall' età, e lesionati dalla sofferenza psichica, la narrazione si riduce ulteriormente. Quindi il primo punto che mi preme enfatizzare è che se scaviamo nel costrutto <transgenerazionale/transpersonale> dobbiamo assumere la consapevolezza che abbiamo bisogno di tanti testimoni e tanti narratori. Il secondo punto attiene al fluire della storia: questi ultimi 150 anni non sono stati, come ci hanno insegnato gli antropologi, fissati in un'unica territorialità dentro culture conservative e miti organizzatori del sociale, stabili e ancestrali. Siamo tutti in movimento tra migrazioni e spostamenti dei luoghi di vita. Siamo lontani dai luoghi comunitari dove il transgenerazionale si è messo in scena e ci ha attraversato quale radice identitaria primigenia. Dalle migrazioni di fine ‘800 verso il Nord e Sud America, alle migrazioni verso la Germania e il Nord Europa dopo la II Guerra Mondiale arriviamo a quel grande rimescolamento dislocante che riguarda tutti noi direttamente. C'è stato un incrociarsi in Italia di spostamenti dal sud a Torino, dal Veneto a Torino e dal Veneto alle paludi pontine precedentemente, cioè intere migrazione interne. E la storia di queste migrazioni ha a che fare con la costruzione della mente. Se “guardiamo” l’estate, il Natale, la Pasqua, le feste dei Santi Patroni, l'80% dei viaggiatori è rappresentato da flussi di ritorno verso le origini. Io ritorno in Trentino per le ferie, in realtà ritorno “a casa mia” (che profondo concetto: tornare a casa! io scendo dal treno e ricomincio a parlare in dialetto, un dialetto in parte arcaico, ma è il mio accomunamento con il mio transgenerazionale). L'Italia è innervata, nei mesi estivi e a Natale, dal transgenerazionale. C'è un tornare, un rincontrare, un incrociare che non è banale andare in vacanza. Questa tessitura fa del transgenerazionale qualcosa di assolutamente storico, di assolutamente guardabile, e, se volete, anche di fortemente non inconscio. Valuto che convenga mantenere il concetto di transgenerazionale nell’area psichica del <conscio esplorabile> sia nelle persone che nelle trame delle generazioni. Vi è sicuramente una dimensione inconscia nelle trame generazionali che va a fondare la trama portante valoriale dell’immaginario antropologico comunitario, cioè le strutture psichiche delle comunità e delle persone in quanto membri di una comunità: tale dimensione alcuni di noi (Lo Verso, Pontalti, Fasolo, Di Maria) l’hanno nominata <transpersonale>. L’intrecciarsi complesso e imprevedibile del transpersonale e del transgenerazionale definisce il mondo delle nostre migrazioni, il mondo delle migrazioni che stanno arrivando, il mondo delle adozioni. Ci veniamo a trovare, quindi, sul confine inquietante, di come transitano esperienze e legami non solo tra le generazioni ma tra i popoli. Perché credo che il costrutto del transgenerazionale vada assolutamente collegato al fatto che migrano o si connettono comunità, non solo famiglie. Quando ci si allontana dalla propria terra non ci si allontani solo dai legami, ci si allontana da qualcosa che in realtà fonda l’appartenenza in maniera radicale. Quindi la nostalgia diventa il sentimento che crea le trame dell’evoluzione o degli arresti.
Di seguito una storia clinica che presentifica, molto meglio di tante parole argomentate, quanto fin qui esposto. Mi trovo Torino come supervisore dell’equipe di una comunità terapeutica. Parliamo di concetti teorici simili ai nostri oggi, della necessità di trovare chi può raccontare la storia dei nostri pazienti, di quante storie ci siano dentro le narrazione delle storie. I colleghi mi dicono "abbiamo un ragazzo di 32 anni che non ha nessuno, hai voglia a dire che abbiamo bisogno di interlocutori, qui non c'è nessuno!". Dato che questa risposta “che non c'è nessuno” l'ho sentita dire tante volte, allora comincio a chiedere se non ci sia una zia, un nonno, un'insegnante. Perché quando diciamo nessuno, per bene che vada, la nostra testa oggi concettualizza un padre e una madre. Questo è il problema, la famiglia sostanzialmente è fatta solo di padre e madre; quando si dice "ho incontrato la famiglia del paziente" si intende dire "padre e madre". Allora dov'è finito il transgenerazionale se la nostra preconcezione è questa? Invece dai colleghi emerge che c'è una madre nella storia di questo ragazzo siciliano, viene via dalla Sicilia all’età di 3 anni. La prima domanda che mi pongo, per condividere con voi il mio modo di ragionare, è: "è venuto con la famiglia? E' venuto da solo? E' venuto con il padre e la madre e gli altri li hanno raggiunti dopo? Sono tutte fenomenologie possibili nelle migrazioni. Io: “ma perché non le potete chiedere alla madre?” Risposta: "Perché la madre parla solo il dialetto siciliano stretto". Allora sono trent'anni che la signora sta a Torino e continua a parlare siciliano stretto. Che cosa vuol dire questo? Il transgenerazionale, quale passaggio tra le generazioni, non è solo un passaggio del mentale, ma anche transiti storici, di linguaggio, di dialetti, di odori, di sapori, di cibi. Lì è collassato; la signora è rimasta immobile nel suo dialetto in trent'anni di Torino. E' rimasta dentro la sua storia, ha traslocato il suo corpo e nient’altro. La prima domanda è: nelle generazioni che cosa transita? Possono transitare i corpi ma non transita la psiche, non transita il linguaggio, non transita l'emozione in senso di affettività. Da Torino dove è arrivato con i fratellini, tornava dai nonni? Tornava in Sicilia dagli zii? Qual'era il "traffico", direbbe Salomon Resnik, di su e giù? Noi sappiamo tutti che cosa significa viaggiare da Trento e portarsi la polenta trentina a Roma, anche dopo 67 anni, è perché è più buona. Se vieni della Puglia porti la burrata pugliese, non è che non la trovi a Roma, magari è arrivata dalla Puglia la sera stessa, quella che ti porti tu arriva più vecchia, però ditemi se c'è qualcuno di voi che non si porta la burrata o la polenta o qualche altra cosa.
Queste riflessioni donano senso alla nostra storia clinica? Se non si trasforma niente e ci si ancora disperatamente al proprio dialetto per trent’anni, che succede alla mente? E che succede alle coordinate procedurali dei colleghi. Se la madre fosse stata Afgana avrebbero ingaggiato un mediatore culturale per poter entrare in connessione. Ma è Italiana e non si riflette che a Torino avrebbero potuto chiedere aiuto a moltissime persone di origine siciliana per trasdurre il transgenerazionale occultato nel dialetto incomprensibile in una narrazione di accomunamento. Non viene in mente, esattamente come non vengono in mente le dimensione concettuali e procedurali di questo collasso transgenerazionale. E’ impossibile riflettere, in mancanza di una radicale concettualizzazione del transgenerazionale, che se la madre continua, dopo trent'anni a parlare siciliano stretto, non ha traslocato la sua esistenza dalla Sicilia, ha traslocato solo il suo corpo. Dopo questo ragionamento, fatto insieme all'equipe, una infermiera dice: "Ma allora è per questo che Mario continua a dire ripetutamente: io aspetto che mi venga a prendere un aereo per portarmi sopra l'Italia e guardare la Sicilia; ma allora non è un delirio!". Era un disperato bisogno di ricollegarsi, di riconnettersi qui con lì. La lacerazione non più pensabile, ma continuamente e tragicamente riproposta, viene interpretata come delirio. Voi vedete come una piccola traccia di significazione possibile si apra nella mente degli operatori: "ma allora forse questo non è un delirio"; essa parla di un bisogno inesausto di creare una connessione. Chi fra tanti professionisti, nei lunghi anni di malattia di Mario, ha tenuto nella sua mente questa madre? Senza la narrazione della madre (il padre è morto ma non se ne sa nulla) questo ragazzo è solo cronicizzato: lui non può narrare la storia dei percorsi delle generazioni. Di fatto perdiamo tutta la ricchezza della dimensione concettuale del transgenerazionale. Allora a che cosa ci serve? Chi lavora con me impara ad interrogarsi sui percorsi di vita. Quali sono? I genitori tornano a casa loro? Più la patologia è grave in un adolescente o in un giovane adulto e più si scopre che uno dei genitori, o anche tutti e due, non torna mai nei luoghi di origine. La prima volta che mi sono imbattuti in questi paradossi è stato tanti anni fa con un adolescente di 14 anni molto malato. Lentamente, lavorando con il padre e con la madre, è emerso che il padre è venuto via dalla Sardegna che aveva 12 anni per venire a lavorare da solo a Roma, (dobbiamo aver chiaro che andiamo indietro nel tempo, e in quegli anni si andava a lavorare anche a 12 anni), ma non è mai tornato in Sardegna, neanche quando sono morti i genitori. Voi capite che cosa vuol dire per un sardo non tornare alla morte dei genitori? Possiamo utilizzare questi pensieri conoscitivi? Possiamo utilizzarli in maniera forte nella clinica per esplorare ambiti che di solito non siamo abituati ad esplorare perché non siamo abituati a dar valore euristico alle lacerazioni dei contesti di vita, ai non ritorni. Un collega mi raccontava, parlando di questi argomenti, di quando si erano reso conto dei grandi miglioramenti di un giovane ventenne psicotico. Era pugliese e i genitori non erano mai tornati in Puglia dal Veneto. Avevano lavorato col padre, con la madre, in modo da creare continue connessioni. “Quand'è che ho capito che ce l'avevano fatta? Quando alle 11 di notte mi suona il telefono ed era il padre di questo ragazzo, che mi dice: siamo sotto casa sua; le ho portato la famosa burrata.” La famosa burrata pugliese l'ha portata direttamente a casa del terapeuta, dopo anni che non tornavano più in Puglia. Allora l'oggetto che transita non è inconscio; non è chiaro il perché sia possibile traslocare i corpi senza in realtà traslocare le appartenenze. Il paradosso è che le persone che non tornano in Sardegna segnalano che non si sono mai mosse dalla Sardegna; e quelle che non tornano a Bari non si sono mai mosse da Bari. Perché se non puoi andare via e ritornare vuol dire che il transito trasformativo è impossibile da mentalizzare. Altro esempio clinico: un bambino di sette anni che ha il terrore ad uscire di casa per andare a scuola, il terrore ad uscire da scuola per tornare a casa. Quindi il problema non è l'ambientazione della scuola, è il transito. Quindi che succede nel transito? Non ci si deve chiedere che succede a casa o a scuola perché lì sta bene. Parlare di transgenerazionale vuol dire di fatto parlare dei transiti. E i transiti sono entità fisiche. Noi sappiamo tutti che il pensiero simbolico nasce dalle cose materiali; prima questo tavolo deve esistere come tavolo, poi questo tavolo mi ricorderà qualcosa, e poi questo tavolo che mi ricorda qualcosa mi ricorderà un tavolo completamente diverso della mia infanzia; questo è il processo simbolico. Ma se l'oggetto tavolo non c'è, non c'è processo simbolico. Quindi tra le generazioni passano oggetti, lo sappiamo tutti che le persone si massacrano per oggetti di poco valore nelle divisioni ereditarie. Mio fratello è avvocato in Trentino, ha cominciato a lavorare in una valle del Trentino quarant'anni fa quando i terreni erano la garanzia di rendita. Lui mi raccontava di cause che andavano avanti per anni e anni con molte spese giudiziarie per 20 m x 2 di terreno da separare tra fratelli, che neanche le carote ci si piantavano in questi pochi metri quadrati. Siamo confrontati con una forza che non dobbiamo sottovalutare.
Il focus delle mie riflessioni diviene quindi il seguente.
Nel caso vi sia una esplicita evenienza (come la terra da dividere) che ancora sui luoghi dove parlano le trame del transgenerazionale, le azioni esplicite per conservare i valori simbolici offerti dagli oggetti materiali sono dell’ordine di una fenomenologia scenica: liti, lesioni, tribunali, guerre tra parenti spietate e non ricomponibili, e così via. Se queste stesse evenienze significanti non sono pensabili (di qui le fughe senza ritorno) la trama delle connessioni si lacera e si iscrive nell’ordine dell’inconscio con tutta la forza traumatica di ripetizioni transferali senza l’oggetto di ancoraggio. Ciò spiega perché la lacerazione nel transgenerazionale diviene lacerazione nelle trame del mentale nella coorte dei figli. Si è guidati da un pensiero senza pensatore (direbbe Bion) perché il pensatore è in altro luogo e in altro tempo, è dell’ordine degli antenati.
Queste riflessioni ed esperienze cliniche generano un interrogativo forte: quali saperi ci vengono in soccorso per decifrare i segni del transgenerazionale nel suo intrecciarsi con il transpersonale? I segni sono tutti dell’ordine del sacro. Il sacro non richiede un dio ed è il grande mistero dei processi di simbolizzazione. Ma è una tematica che non possiamo affrontare in questo momento. Ritengo che gli antropologi, i sociologi, gli storici esplorino aree di vincolo per i nostri paradigmi. Sono saperi che ci aiutano a capire come la trasmissione transgenerazionale può occultarsi, mano a mano che ci si allontana dai luoghi e dai tempi, per giocare in maniera implicita inconscia dentro di noi. In ognuno di noi si muovono delle dimensioni comunitarie, per cui come diceva un antropologo messicano di cui non ricordo il nome in questo momento, gli aztechi una volta conquistati non è che avessero smesso di portare avanti il loro linguaggio, l'avevano semplicemente occultato. Gli etnopsichiatri sanno che in Senegal, nei villaggi a religione islamica, gli abitanti hanno amuleti che si chiamano cri-cri; lo sciamano è l’autore del cri-cri per le varie protezioni. In Italia i Senegalesi sono molto numerosi ma i cri-cri sono scomparsi. No, sono nascosti. E così gli operatori psichici del transgenerazionale culturale non è che non siano operanti, vengono nascosti. Nella seconda e terza generazione dei migranti possono rientrare nell'ordine dell'inconscio; quindi in genere ci vogliono due o tre generazioni che si siano stabilizzate in qualche nuova terra perché un elemento del mentale diventi nella persona dell'ordine dell'inconscio. Il problema per Mario è cosa succede se c'è un collasso della narrazione possibile sugli oggetti che possono transitare e su tutte le norme, sul retaggi psichico del transgenerazionale della sua terra. Perché la frattura è a quel livello. Qualcosa che non è parlabile, che non è mentalizzabile, non è continuamente riparlabile nella crescita, piomba nella testa esattamente come un oggetto psicotico. Moltissime volte le bouffé deliranti dei figli adottati di altre culture non devono essere scambiate per esordio schizofrenico, ma sono un indicatore che la dimensione dello sradicamento ha preso un posto univoco nella testa della persona. Allora questo occultarsi del transgenerazionale che diventa come un oggetto psicotico, nel senso che non hai più l'interlocutore con cui renderlo parlabile; diventa quel dolore che uccide per cui bisogna continuamente dire con forza: le 97 persone vanno nominate "sennò io impazzisco", questa è la frase che Mario non può più dire.
Ultima riflessione. Abbiamo uno strumento molto importante che viene purtroppo utilizzato poco: il sogno. E' sempre stato la grande tessitura di trame culturali, tutte le tribù si fondano sui sogni degli sciamani, su come loro li interpretano. Il sogno è una funzione sociale collettiva, non è una funzione individuale intrapsichica. Sto forzando questa mia affermazione che meriterebbe ovviamente tutt'altro tempo ed estensione. Cosa è la trama narrativa? In un campo terapeutico multipersonale permette di riannodare le tracce ancestrali di questi oggetti culturali occultati che possono prendere forma narrabile. Cosa significa quando un figlio racconta un sogno ad un genitore o un genitore racconta un proprio sogno al figlio? Quante mamme la mattina chiedono al figlio: "hai sognato qualcosa?". L'idea che il sogno è una grande connessione del famigliare e del culturale è chiara a tutti, ma la usiamo noi in terapia? Il sogno diventa la trasformazione possibile, se lo sappiamo usare, da tracce non parlabili in tracce condivisibili. Un esempio breve, tratto dal lavoro di un collega. Incontra una ragazza di 23 anni figlia di un italiano e di una donna delle Mauritius che è venuta in Italia fuggendo dalla sua famiglia trent'anni prima. La ragazza è stata trattata sempre dai neuropsichiatri e dagli psicologi come oligofrenica. E' arrivata a vent'anni grassa, cominciava ad esprimere spunti deliranti. Ragioniamo in supervisione: che significa che la madre è scappata dalle Maldive quando aveva vent'anni? Forse la stessa figlia poteva essere rimasta incarcerata, ecco quindi il tema del collasso, per il fatto che l'esperienza della madre era stato più trasloco che transito e trasformazione. Lei è come se fosse oligofrenica perché la sua testa era rimasta da un'altra parte. Quindi è un problema di "buco del cervello" da misurare con la W.A.I.S. o è un problema che la testa sta altrove e l'apparato psichico è stato secluso? Vi leggo un sogno di questa ragazza. Il collega vede la ragazza, incontra anche salutarmente le sue due sorelle che è come se fossero la parte italianizzata, poi incontra ogni tanto insieme la madre e il padre. Teneva insieme questa gruppalità incontrando le persone separatamente senza smistarle da un terapeuta all'altro come facciamo di solito. La dimensione gruppale di questa vicenda era comunque possibile nella testa del terapeuta perché era lui che li incontrava e poi insieme gli offrivamo un supporto nello spazio gruppale della supervisione. Dopo un po' di questo percorso la ragazza fa un sogno: "Mi trovo su un ponte in una città sconosciuta ma sotto a me c'era il mare che mi faceva compagnia, alzo lo sguardo e mi accorgo che in lontananza c'erano degli squali.". Gli squali stanno alle Mauritus e il mare è quello delle isole di sua madre "Dal ponte cado in mare, sento di non riuscire a nuotare, lottavo per tornare in superficie. Riesco a tornare in superficie e vedo che, in mare vicino al ponte, ci sono degli squali. Riesco a salire sul ponte ma due di questi squali salgono anche loro sul ponte". E’ la dimensione del transgenerazionale che si trasforma in oggetto persecutorio: ciò che non si è potuto elaborare nel transito culturale. "Mi volto e mi accorgo che sul ponte c'è anche la mia mamma che difendendomi inizia combattere contro di loro. Ma dopo un po' che lottava contro di loro mi accorgo che i due squali si erano trasformati in mia madre". E' chiaro che si può utilizzare come si vuole questo sogno, però nella storia il senso che la stessa dimensione etnica garantisce il transito tra le generazioni, e quindi diventa una ricchezza parlabile che ti trasforma, ti protegge e ti perseguita, però è sognata finalmente! Questo sogno l'ha potuto raccontare al padre e alla madre. E la madre era in enorme conflitto con le famiglia nelle Mauritius per problemi religiosi e perché lei era la più nera; nelle Mauritius ci sono molte etnie, molti colori della pelle per esempio (quanti indicatori si raccolgono lavorando con tali modalità). Con la figlia sono tornati nelle Mauritius e la figlia poi fa un altro sogno dopo qualche mese; lo racconto per dare senso a come la trama onirica ci può aiutare a connettere e a trasformare le rappresentazioni psichiche: "Ero in un villaggio con delle strutture antichissime e ballavo intorno al fuoco con altre donne. Abbassando gli occhi mi accorgo di avere addosso il vestito caratteristico mauriziano". Si visualizza la scena, il passaggio? Questo vuol dire andare a riprendersi ciò che era secluso nella testa, entro un transgenerazionale lacerato nella storia della madre e che la terapia, la dialogabilità con tutte le persone coinvolte, riesce finalmente a decifrare e a rammendare.
1 Questo lavoro è la relazione esposta al III Convegno nazionale dell’Ass.ne di psicoanalisi della Relazione Educativa (APRE) dal titolo “Il Transgenerazionale”, svoltosi il 24 ottobre 2009 presso l’Università Salesiana in Roma. Ne viene mantenuta la forma di relazione perché il contesto è importante e vivifica la forma stessa.
2 Si veda il numero precedente della Rivista al link: www.psychoedu.org/Volume_01/Numero_3/IJPE_01_3_CulturaSocieta1.html