Volume 2, Numero 1 (4)

Editoriale

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La nostra rivista compie due anni di vita: credo di poter affermare, anche in base ai feedback dei nostri numerosi lettori, che stiamo riuscendo a centrare gli scopi che ci hanno animato nell’intraprendere quest’avventura editoriale. Scorrendo gli articoli dei primi quattro numeri, nonché le “versioni cartacee” della produzione scientifica dell’A.P.R.E. (mi riferisco ai due volumi editi a mia cura “L’insegnante suffcientemente buono” e “In attesa del padre”, ambedue per i tipi delle Edizioni Scientifiche MaGi) mi pare infatti che abbiamo offerto ai lettori funzionali strumenti di riflessione. Ovviamente i contenuti proposti costituiscono solo dei punti di vista, necessariamente parziali, che aprono ad ulteriori riflessioni di approfondimento e completamento. Considerazioni che perciò invitiamo a prendere con la dovuta messa in questione critica, da utilizzare per delle ipotesi ermeneutiche dell’esperienza (che rimane l’unica fonte da cui apprendere, per dirla con Bion). Dei vertici di osservazione che evidenziano solo alcune variabili di una realtà meravigliosamente ben più complessa, non avendo la pretesa d’esaurire il discorso sugli argomenti che i nostri autori propongono, giacché (parafrasando Nietzsche) “come potremmo bere il mare”?

Ciò che riteniamo fondamentale è poter contribuire, nel nostro piccolo, ad un movimento socio-culturale che porti a creare, nelle strutture educative e “di cura” in genere, spazi e tempi necessari agli operatori, per esprimere il carico emotivo presente negli aspetti di sofferenza riportati dagli utenti con cui entrano in relazione (siano essi pazienti, alunni, figli, ecc.). Non sempre l’istituzione riconosce il ruolo, la visibilità ed il significato della dimensione affettiva, vivendola, piuttosto, come un ostacolo alla prestazione professionale. Eppure, “quando il carico emotivo viene censurato, non si può elaborare la propria vulnerabilità, per il peso eccessivo ed intollerabile procurato dall’esposizione costante alla sofferenza dell’altro, ed il disagio, invece di diminuire, aumenta. La sofferenza può essere compresa soltanto attraverso il riconoscimento e l’elaborazione delle emozioni che suscita nel nostro mondo interno, facendo emergere una modalità personale e creativa di lavoro1”. Gli interventi formativi nelle strutture socio-educative non possono prescindere da un lavoro sulle dinamiche emotive, giacché un lavoro di “presa in cura” è indissolubilmente legato alla presenza di valenze affettive; occorre allora poter dare loro un significato e potenziare il ruolo delle risorse emotive nelle competenze relazionali, costitutive della stessa professionalità.

Per far fronte a questa sorta di “analfabetismo emotivo”, bisognerà attuare, nelle strutture socio-sanitarie ed educative, processi formativi per gli operatori, predisponendo spazi e tempi di riflessione su aspetti appartenenti alla storia del singolo individuo, agli inevitabili intrecci tra storia personale e professionale, che ne motivano le scelte e gli stili educativi.

Ci auguriamo di poter continuare a contribuire, per la nostra parte, a sanare situazioni di “analfabetismo emotivo”, attraverso l’opera di “in-formazione” che cerchiamo di portare avanti. Colgo, al riguardo, l’occasione, per annunciarvi che è in preparazione il congresso internazionale “Perché la guerra? Pisocoanalisi per la pace”, che svolgerà riflessioni sul fondamentalismo religioso, terrorismo, aggressività-distruttività umana, con proposte di metodologie psicodinamiche per percorsi di riconciliazione; l’evento avrà luogo dal 29 settembre al 1 ottobre 2011, in due sessioni contemporanee, a Roma (sede principale) e Gerusalemme (con alcuni collegamenti in “web-conference”).

Riguardo a tutte le nostre attività, rimaniamo aperti a critiche costruttive e contributi di tutti coloro che ci onorano nel leggere le pubblicazioni e/o partecipare a corsi, seminari, convegni che proponiamo.


Rocco Filipponeri Pergola

direttore IJPE, presidente APRE

1 Disanto A. M., La costruzione della relazione educativa, in “L’insegnante sufficientemente buono”,

a cura di R. F. Pergola, MaGi, Roma 2010.