Volume 2, Numero 1 (4)

Cultura e Società

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L’adolescente post-moderno

Carmelo Sandomenico

(Psicoterapeuta, dirigente ASL Benevento, Direttore Istituto di Ricerca dell’A.P.R.E.)

In questo articolo, un adulto scrive sugli adolescenti di oggi. Mi pare allora opportuno cominciare segnalando un rischio intrinseco al tentativo di spiegazione del mondo adolescenziale da parte del mondo degli adulti: “nel voler spiegare i problemi dell’adolescenza in maniera così impaziente, l’adulto mostra con tutta evidenza che tali problemi non sono altro che i propri”.1 Problemi che possono indurre gli adulti a proiettare sull’adolescente le proprie fantasie/desideri/paure, realizzando in tal modo una vera e propria espropriazione del mondo interno dell’adolescente.2


1.1 Adolescenti ‘liquidi’: alla ricerca di un contenitore


Non si può parlare dei ‘nuovi adolescenti’, senza far riferimento ai cambiamenti intervenuti nei contesti in cui questi ragazzi crescono.

Nell’epoca post-moderna, in cui entrano in crisi i fondamenti di verità tradizionali, in cui la realtà assume un insopprimibile carattere di contingenza, mentre nel contempo viene offerta una eccedenza di opportunità, emergono forme inedite di soggettivazione. Fino a qualche decennio fa la tendenza dominante era quella di costruire una storia personale coerente, fatta di un progetto di vita unitario e di appartenenze forti: si sceglieva una professione in vista della quale ci si preparava attraverso uno specifico percorso formativo; ci si sentiva parte di una famiglia, di una nazione, di un partito: predominava, insomma, il concetto della stabilità dell’identità e della sua unità lungo tutto il percorso evolutivo dell’individuo. Il venir meno di certezze consolidate, se da una parte determina un accrescimento del senso di precarietà dell’individuo, dall’altra trasforma il campo delle sue appartenenze, non più caratterizzato dalla esclusività ma dalla pluralità; e ciò vale sia per le appartenenze della sfera privata sia per quelle della sfera sociale. La fluidità delle strutture identitarie, la loro indefinitezza e mutevolezza – basti qui richiamare la metafora di Bauman della ‘liquidità’3 - lungi dall’essere interpretabile come patologia, sembra rappresentare anzi una conditio sine qua non per l’adattamento alle mutate esigenze sociali

L’identità liquida, d’altra parte, rimanda inevitabilmente al venir meno di contenitori in grado di favorire la strutturazione di identità dai contorni più definiti:

La liquidità, in quanto tale, non ha forma se non contenuta. La sua forma è data dal contenitore. Ebbene, si può dire che l’adolescente contemporaneo è non contenuto. Meglio ancora: un liquido, nel distribuirsi lungo le superfici che incontra per gravità, prima o poi si fermerà, incontrerà una qualche forma di contenitore. Quindi, si potrebbe dire, ciò che caratterizza i liquidi è la ricerca del contenitore. Forse questa definizione si attaglia anche all’adolescente: colui che è alla ricerca di un accoglimento.”

(Arturo Casoni, Inconscio Sociale e nuove costellazioni familiari in adolescenza, in A. Casoni (a cura di), Adolescenza liquida. Nuove identità e nuove forme di cura, Edup 2008)


I segnali che ci vengono dall’adolescenza, e non soli quelli riferiti al disagio che trova espressione in agiti comportamentali rischiosi se non francamente devianti, ci mostrano una perdita di autorità/autorevolezza generalizzata riguardo al ‘contenitore’ famiglia. Questo cambiamento può essere rappresentato, secondo Pietropolli Charmet4, come il passaggio dalla ‘famiglia normativa’ alla ‘famiglia affettiva’; famiglia, quindi, definita come ‘unità degli affetti’, piuttosto che agenzia impegnata nell’assolvimento di compiti e funzioni a forte rilevanza sociale.

Il ruolo primario attribuito alla famiglia tradizionale nel processo di socializzazione dei figli, era legato alla trasmissione di valori e principi etici propri della cultura di appartenenza. Per assolvere efficacemente tale ruolo, era necessario che i genitori venissero riconosciuti quali figure autorevoli, all’interno di una relazione asimmetrica con i figli tesa a preservare solidi confini intergenerazionali. Ciò determinava una coloritura decisamente conflittuale della relazione: le dinamiche intrafamiliari rappresentavano il terreno privilegiato di espressione della conflittualità tra generazioni.

Da alcuni decenni, il principale obiettivo sembra essere quello di tenere basso il livello del conflitto interno al nucleo familiare, con la costruzione di regole funzionali solo ad una serena convivenza, molto pratiche e molto vaghe, cessando quasi completamente di trasmettere i valori della storia e del sacro, senza definire il giusto e l’ingiusto, ma solo l’opportuno o l’inopportuno. Tutto ciò comporta una profonda destrutturazione dei tradizionali ruoli genitoriali.5 Il potere normativo della figura paterna appare dubbio; tanto che uno dei temi più ricorrenti nella letteratura socio-psicologica contemporanea è quello relativo alla scomparsa del padre. Allo stesso tempo, si fa strada una destrutturazione della figura materna conseguente alle trasformazioni del ruolo sociale e familiare della donna. Appare profondamente in crisi la rappresentazione di una famiglia basata su un punto fermo: la ‘madre sufficientemente buona’, riprendendo la terminologia di Winnicott; una madre che favorisce l’emancipazione e la crescita psicologica dei figli, nella misura in cui riesce a mantenere una ‘giusta distanza’, fatta di vicinanza e sostegno affettivo, che non significano castrazione dei tentativi esperiti dai figli lungo la strada della separazione da lei e della autonomia.


Tuttavia, ritengo vi sia un fraintendimento di fondo nell’interpretare tali trasformazioni nei termini del passaggio da un paradigma educativo ad un altro: ossia, il ritenere possibile la scissione tra i due aspetti del processo educativo, quello ‘normativo’ e quello ‘affettivo’.

L’aspetto normativo è, comunque, sempre presente in un processo educativo: può essere non esplicitato, non legittimato, o anche dichiarato assente.

Ma proprio in questa ‘negazione della normatività’ è insito il rischio di esercitare un minor controllo sui messaggi normativi, comunque trasmessi attraverso il processo educativo.


Le nuove realtà familiari investono molto su una precoce autonomizzazione dei figli, funzionali alle mutazioni intervenute nella genitorialità. Ci si rapporta a figli, spesso unici, cui vengono riconosciute capacità di maturità e di giudizio decisamente superiori rispetto a quelle accordate alle precedenti generazioni; ciò comporta il riconoscimento di un ruolo quasi paritetico – qualche volta finanche primario - nelle negoziazioni che riguardano la gestione della quotidianità familiare. La maggiore confidenza reciproca comporta anche forme di sostegno che non vanno più in un’unica direzione, dagli adulti ai figli. Un caso emblematico al riguardo è rappresentato da quel precoce processo di adultizzazione dei minori che si verifica in seguito alla separazione tra i genitori: non di rado, accade che il figlio assuma su di sé una funzione psicologica vicariante nei confronti del vuoto lasciato dalla fuoriuscita di uno dei genitori.

In tale scenario, l’adolescenza non rappresenta più il periodo della ribellione verso il potere normativo dei genitori; all’opposto, spesso il rapporto genitori/figli subisce in questa fase una evoluzione che va nel senso di una sempre maggior complicità, con un allargamento dell’area della condivisione di vissuti ed esperienze.


La pressione verso una precoce adultizzazione dei figli determina un progressivo restringimento di quella fase di sperimentazione della propria autonomia, in cui i movimenti di allontanamento sono sostenuti dalla fiducia nella presenza di figure genitoriali che non scoraggiano la contemporanea espressione di bisogni di dipendenza affettiva. La minor disponibilità che i genitori oggi dimostrano verso la gratificazione di questi ultimi bisogni, porta ad uno spostamento della loro espressione in ambiti più disfunzionali. E’ questa una delle possibili chiavi di lettura della diffusione tra gli adolescenti di fenomeni di dipendenza patologica, che si manifestano attraverso forme variegate: da quelle più classiche - dipendenza da sostanze; forme anoressico/bulimiche di dipendenza dal cibo - a quelle emergenti: dipendenza dal gioco, da internet, ecc…


1.2 Un presente dilatato


Con apparente paradosso, in un’epoca in cui gli sforzi dei ‘nuovi genitori’ sembrano favorire l’instaurarsi di un clima familiare basato sul dialogo e sulla condivisone, si va anche determinando un crescente e progressivo gap, di tipo culturale e rappresentativo-comunicativo, tra il cosiddetto ‘mondo degli adulti’ e le ‘culture giovanili’.

Da più parti si segnala che, negli ultimi anni, il modo di ‘pensare’ degli adolescenti si sta trasformando, sia per quanto riguarda gli aspetti più strettamente cognitivi, sia per quello che riguarda l’approccio emozionale alla realtà.

Un tratto significativo della cultura giovanile della nostra epoca è quello indicato da Cavalli come ‘presentificazione’, interruzione della continuità con le dimensioni del passato e del futuro nel “tentativo di arricchire il presente di significatività per sé”6. Si tratta di un processo che sovverte la prospettiva temporale di tipo protentivo per molto tempo premiata nella cultura occidentale, vale a dire la tendenza a proiettare i propri obiettivi in tempi lunghi.

Oggi la focalizzazione sul presente può anche essere vista come espressione di un generale disorientamento, di una incapacità di pensare il futuro rispetto alla quale sono stati ampiamente segnalati i collegamenti con la precarizzazione delle biografie individuali.


Tuttavia, non è estranea a questo diverso orientamento temporale l’enorme influenza esercitata dai nuovi media, non solo sui processi di socializzazione, ma anche sugli stili cognitivi degli adolescenti. In tale prospettiva si inserisce un lavoro di Pier Cesare Rivoltella sulla percezione del tempo nelle nuove generazioni7.

La tesi dell’autore è che il tempo dei nuovi media è – appunto - il presente; egli suffraga tale tesi attraverso una analisi di quelle che ritiene le dimensioni costitutive di tali media, identificando tre tipi di logica che li connotano:

    L’ipotesi di Rivoltella è che il tempo dei media può contribuire a comprendere, in ragione dell’enorme potere educativo e strutturante che essi esercitano, le ragioni per cui le nuove generazioni tendono a privilegiare nel loro rapporto con la temporalità la dimensione del presente.


In una ricerca sui nuovi stili di vita adolescenziali8, si tenta di cogliere il senso di queste trasformazioni e di comprenderne in una struttura unificante le loro manifestazioni molteplici, attraverso la dialettica chronos/kairòs come utile strumento di interpretazione.

Il chronos, χρόνος (nelle sue varie accezioni: la durata, il divenire degli eventi in un flusso coerente, la linearità cumulativa, l’attesa che collega gli eventi stessi e ci permette di comprenderli, la progressione di tappe-passaggi logici per giungere al conosciuto attraverso il tempo lungo della ricerca conoscitiva – la ‘storia’, in ultima analisi -), è il modo abituale di rappresentarci nel mondo. È lungo questo flusso che siamo abituati a ricercare il nostro significato. Il kairòs, χαιρός (nella sua accezione di buona occasione, opportunità, momento propizio), rappresenta il ‘presente’ nella sua profondità e intensità ed è la caratteristica che diversifica – certo solo relativamente! – la modalità di essere al mondo, o almeno di percepire il ‘tempo del mondo’, nei giovani.

La diversa progressione e previsione temporale di chronos/kairòs, l’una del mondo degli ‘adulti’ e l’altra degli adolescenti, ha prodotto un gap tra generazioni, e in particolare una sorta di incapacità a comprendersi reciprocamente.

La conseguenza negativa più evidente dell’orientamento temporale dei giovani, basato sul kairòs, è l’attualizzazione di una modalità di interpretazione emotiva della realtà che nega il gesto come prodotto di un processo, nega la necessità del tempo disteso, i riferimenti causa-effetto, i ragionamenti induttivi e deduttivi, e rende tutto possibile nello stesso istante: non è più tollerata la frustrazione, il senso del sacrificio del ricercare, il bisogno dell’attesa (compreso l’eventuale piacere in esso contenuto), bensì tutto deve essere realizzato immediatamente.


1.3 L’adolescenza come metafora dell’uomo contemporaneo

La concezione positivista dello sviluppo umano, visto come un progredire lineare attraverso una serie di tappe che nella evoluzione normale vengono superate senza ostacoli, non è più adatta a descrivere la condizione dell’uomo odierno. Le esigenze poste dalla complessità contemporanea, richiedono un continuo sforzo di adattamento, lungo un percorso costellato da continui punti di snodo; di volta in volta, gli equilibri raggiunti vanno riadattati al mutamento incessante del contesto sociale. La precarietà perde la sua connotazione patologica, per diventare caratteristica strutturale dell’uomo contemporaneo, e si connette strettamente all’esperienza del rischio. Muoversi negli scenari della complessità significa accettare il rischio intimamente connesso al venir meno di solidi punti di riferimento.9

In tal modo l’adolescenza, quale fase evolutiva e condizione esistenziale che intrattiene intime relazioni con le dimensioni del rischio e dell’incertezza, può essere a buon diritto assunta come metafora dell’uomo contemporaneo.

I compiti che l’adolescente deve affrontare, per passare dall’età infantile a quella adulta, sono stati sintetizzati nell’affermazione che l’adolescenza consisterebbe in una seconda fase di ‘separazione-individuazione’, dopo quella infantile. Si rappresenta, così, l’adolescenza come fase di crisi, in cui il soggetto è investito dall’urgenza di riadattare se stesso ai compiti sociali che gli vengono richiesti. L’incertezza circa la propria capacità di adempiere ai nuovi compiti, rende necessario mettersi continuamente alla prova. Silvia Vegetti Finzi e Anna Maria Battistin vedono appunto nell’incertezza il termine che meglio definisce questo periodo di vita: incerto il modo d’agire degli adolescenti, incerti i ruoli genitoriali, incerti i valori di riferimento, incerti i confini temporali dell’adolescenza, incerta anche la chiave di lettura psicologica possibile.10

Ma come gli adolescenti di oggi percepiscono la dimensione del rischio, ed i legami che essa intrattiene con la propria condizione esistenziale? Ho recentemente condotto un approfondimento di questa tematica attraverso dei focus group realizzati con adolescenti, all’interno di un lavoro di ricerca su stili di vita adolescenziali e comportamenti a rischio.

In primo luogo, gli adolescenti operano una ridefinizione del concetto di ‘rischio’ per renderlo più adeguato alla loro esperienza soggettiva: quindi, rischio non inteso come ‘brivido trasgressivo’, ma piuttosto come ‘messa alla prova’ di se stessi. Un’altra dimensione del rischio cui essi attribuiscono un significato fondamentale, è quella collegata all’integrazione nel gruppo dei pari. Gli adolescenti, dunque, collegano il rischio non a condotte eclatanti di sfida delle norme e dei propri limiti soggettivi, quanto piuttosto a comportamenti che assumono un significato funzionale al processo di costruzione dell’identità.11

In secondo luogo, la trasgressività – che sul versante sociologico ha rappresentato un privilegiato ambito interpretativo dei comportamenti rischiosi - non appare pienamente aderente alla realtà odierna di questi fenomeni. Ciò è confermato anche dalle periodiche indagini dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile nel nostro paese, che evidenziano la progressiva riduzione o perdita di trasgressività nei comportamenti giovanili: gli adolescenti non percepiscono i comportamenti rischiosi in relazione alle norme sociali ed ai principi morali.

Non solo: i ragazzi, in una sorta di ‘ribaltamento’ interpretativo, sottolineano come l’equazione effettuata dagli adulti “adolescenza = fascino per il rischio e la trasgressione” trova le sue radici nella soggettività degli stessi adulti, che proiettano sugli adolescenti il loro non dichiarato fascino per i mille volti della trasgressione. Secondo gli adolescenti, l’attrazione verso la coloritura trasgressiva del gesto rischioso, sarebbe più forte proprio in chi - l’adulto - è incardinato nei meccanismi normativi della società, in misura certamente maggiore di quanto lo siano loro stessi.



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1 Jeanneau A., L’adult e l’adolescent: Vues prises de la maturité, In Psychiatrie de l’adolescent, PUF, Paris,1982.

2 Gindro S., Luci ed ombre sul progetto di uomo, in: Bracalenti R., L’adolescenza, Alfredo Guida 1993

3 Bauman Z., Modernità liquida, Laterza, 2002

4 Pietropolli Charmet G. (a cura di), Ragazzi sregolati, Franco Angeli, 2001

5 Cfr. Istituto degli Innocenti di Firenze, Rassegna Bibliografica, anno 7 n° 3-4, 2006, in particolare il box 4 sulla nuova paternità e nuova maternità.

6 A. Cavalli, Il tempo dei giovani, il Mulino, 1985

7 Pier Cesare Rivoltella, “Giovani e percezione del tempo: il punto di vista dell’educazione” in L’esilio del tempo, a cura di Giuseppe Ardizzo, Meltemi 2003

8 AA.VV., L’esistenza divorata, I.P.R.S., 2004.

9

 Z. Bauman, La società dell’incertezza, Il mulino, 1999

10 Vegetti Finzi S., Battistin A.M., L’età incerta, Mondadori, 2000.

11 E’ quanto emerge anche da una ricerca sulla percezione del rischio da parte degli adolescenti, promossa dalla ASL 5 del Piemonte (http://www.desambrois.it/desaweb/sicuri/). Secondo il campione intervistato, “essere accettato dal gruppo” e “sentirsi parte del gruppo”, insieme a motivazioni che hanno a che fare con l’affermazione e sperimentazione del sé quali “sentirsi capace di vincere la paura” e “dimostrare di avere il controllo della situazione”, sono i fattori più importanti che spingono al comportamento rischioso.