I criteri su cui si basa attualmente la ricerca qualitativa sono (Mantovani, Spagnolli, 2003):
situatività, che lega strettamente i metodi, i risultati e l’interpretazione della ricerca allo specifico ambito in cui essa si svolge;
contingenza: che assegna un valore “situato” ai risultati della ricerca;
riflessività: il ricercatore è consapevole della mancanza di neutralità delle sue posizioni e delle sue scelte metodologiche;
validazione da parte dei membri: consiste nel chiedere ai partecipanti il loro giudizio sul resoconto della ricerca (Lincoln e Guba, 1985);
triangolazione: si tratta di un aspetto maggiormente critico poiché presuppone che il ricercatore possa conoscere “obiettivamente” la realtà esterna usando metodi diversi.
Un tipo di approccio differente e specifico è caratterizzato dalla Grounded Theory: tale approccio nasce da due sociologi americani, Glaser e Strass, che si prefiggono l’obiettivo di creare un metodo che permetta di procedere dai dati alla teoria, in maniera induttiva. Infatti, secondo i due Autori, le teorie devono emergere nel corso della ricerca e devono poi essere lette nei dati in cui sono radicate (grounded).
Questa metodologia prevede una raccolta ampia ed accurata di dati e la loro codifica in categorie che non sono predefinite ne reciprocamente esclusive. Le categorie sono identificate tramite un processo iniziale di tipo descrittivo; con il procedere della ricerca, vengono prodotte categorie più generalizzabili. Inoltre, il ricercatore si trova ad effettuare una continua analisi comparativa dai dati alle categorie e viceversa.
Comunque, questo tipo di analisi, è stata incorporata in programmi di analisi computerizzate di testi, attualmente molto in uso. Negli ultimi decenni, l’analisi dei dati qualitativi tramite computer (CAQDAS) si è largamente diffusa nella comunità scientifica. L’obiettivo comune consiste nella sistematizzazione delle informazioni contenute in materiale di tipo testuale attraverso la creazione di un sistema di codifica che permette di conservare la ricchezza dei dati qualitativi pur lavorando su una grande quantità di dati.
Esistono anche programmi più sofisticati che consentono la costruzione di teorie, attraverso le relazioni logiche tra categorie che possono essere anche visualizzate graficamente.
Tra i vari tipi di software c’è anche ATLAS.ti: si tratta di un programma che si ispira alla Grounded Theory che, come accennato precedentemente, costituisce un modo particolare di fare ricerca. L’idea centrale, infatti, è che una teoria debba emergere o comunque essere suggerita dai dati. Il ricercatore, dunque, deve essere libero (quanto possibile) da preconcetti, ipotesi e teorie nel momento in cui decide di analizzare un certo fenomeno e deve essere disponibile a “far parlare i dati”. Il software è stato sviluppato in Germania da Thomas Muhr a metà degli anni 90; consente di elaborare una grande quantità di dati di tipo testuale, grafico, visivo e sonoro.
I cardini sui cui si fonda sono riassunti dall’autore nell’acronimo VISE che indica visualizzazione, integrazione, serendipità ed esplorazione. Il programma fornisce dunque gli strumenti per visualizzare le caratteristiche e le relazioni complesse tra i dati senza perdere il senso complessivo della ricerca; inoltre, facilita un approccio intuitivo e creativo ai dati garantendo però una certa sistematicità.
ATLAS-TI è un programma per l’analisi qualitativa molto flessibile che permette di lavorare con materiale diverso e proprio queste caratteristiche lo rendono utilizzabile in diversi ambiti e settori. Nell’ambito delle scienze sociali, il maggiore utilizzo di questo strumento riguarda l’antropologia, la sociologia e la psicologia sociale.
Partiamo da una breve riflessione sul concetto di azione.
Il resoconto di ogni azione è reso intelligibile da una struttura narrativa che ne orienta la molteplicità alla luce delle intenzioni dell’attore narratore. Secondo la psicologia narrativa, “gli esseri umani pensano, percepiscono, immaginano e sognano secondo una struttura narrativa. Dati due o tre input sensoriali, un essere umano li organizzerà all’interno di una storia o, almeno, nella cornice di una storia” (Mancuso e Sarbin, 1983: 234).
Il racconto rappresenta una forma convenzionale trasmessa culturalmente; ha le caratteristiche di un prodotto relazionalmente costruito e con obiettivi sovraindividuali (Gergen e Gergen, 1983).
Secondo Bruner (1990), per poter comprendere il comportamento, è necessario far emergere la capacità dell’individuo di narrare se stesso. La nostra esperienza assumerebbe una forma narrabile giacché il pensiero e l’azione sono guidati da strutture narrative. La narrazione, dunque è una modalità per organizzare gli episodi sociali, le azioni e i loro resoconti.
Questo tipo di materiale consente un accesso alla matrice cognitiva dell’attore, al suo sistema organizzato di conoscenze sociali a cui attinge per agire e per rendere conto delle proprie azioni.
Certamente esistono anche dei limiti nell’utilizzo di questi metodi. Infatti, secondo De Waele e Harré (1979): “problemi di oggettività, validità e affidabilità fanno perdere ai metodi biografici il confronto con i metodi psicometrici e la loro utilità è stata semmai valutata come strumento di studi preliminare o esplorativo”.
Diversamente De Leo e coll. (2004) affermano: “riteniamo che una prassi consolidata della ricerca qualitativa, in senso lato, e dell’intervista, nello specifico, possa garantire ai metodi narrativi e biografici il raggiungimento di una propria autonomia epistemologica e meta metodologica per superare la sudditanza e il ruolo ancillare rispetto ai metodi psicometrici. (…) Molto spesso, i metodi biografici sono ignorati dagli psicologi per una forma di critica sulla presunta non-validità di tali strumenti o forse per l’elevato dispendio di risorse che comporterebbe il loro utilizzo, nel momento in cui si cercasse di andare oltre un’analisi di superficie a livelli di astrazione maggiore”.
Il materiale analizzato
Il tipo di indagine è di natura esplorativa. Ossia, si è proceduto nell’ottica della Grounded Theory: l’idea centrale, secondo quest’ottica, è che una teoria debba emergere o comunque essere suggerita dai dati. Il ricercatore, dunque, deve essere libero (quanto possibile) da preconcetti, ipotesi e teorie nel momento in cui decide di analizzare un certo fenomeno e deve essere disponibile a “far parlare i dati”. Un altro elemento caratterizzante è il metodo della “comparazione continua” in cui il ricercatore seleziona e confronta dati, casi, eventi e categorie nel corso di tutto il progetto di ricerca per poi giungere alla costruzione di una teoria che possa spiegare in maniera soddisfacente il fenomeno in questione.
Questa ricerca è stata effettuata, durante un percorso di dottorato, su alcune biografie di criminali con un’analisi iniziale di 1400 pagine.
I testi prescelti sono di Edward Bunker, Jim Thompson e Nazzareno Zambotti.
Bunker è nato a Hollywood nel 1933; il padre era macchinista nei teatri di posa ed alcolista; la madre era una ballerina professionista. I due si sposarono ma quando Edward aveva quattro anni divorziarono. Lui cominciò a girovagare per riformatori. A undici anni venne rinchiuso per un breve periodo in un istituto per malattie mentali da dove fuggì. Fu ripreso e rinchiuso in un altro istituto dove entrò in contatto con altri criminali.
A quattordici anni fu rilasciato ma tentò una rapina. Entrò quindi in carcere; lì pugnalò una guardia e finì in un carcere più duro dove conobbe anche parecchi detenuti condannati alla pena di morte.
Una volta rilasciato cercò di lavorare onestamente; a ventitré anni cercò di diventare lettore di sceneggiature per uno studio di Hollywood, ma non ebbe successo. Così si ributtò nel crimine, inserendosi nel traffico della droga e della prostituzione. Fu catturato per un giro di assegni falsi e fu condannato a sette anni.
Durante questo periodo scrisse quattro romanzi.
In carcere aggredì una guardia e fu mandato nel penitenziario più duro degli Stati Uniti. Una volta scontata la pena, ripresa la vita di criminale. Dunque scontò altri anni in carcere dove riprese nuovamente a scrivere.
La sua vita ha influenzato numerosi scrittori e registi. Dal suo “Come una bestia feroce” è stato tratto un film con Dustin Hoffman dal titolo “Vigilato Speciale”.
Bunker ha collaborato con diversi registi tra cui Quentin Tarantino.
Oltre a “Come una bestia feroce” e “Educazione di una canaglia”, ha scritto altri romanzi, tra cui:
ANIMAL FACTORY: del 1977; è la storia di un ragazzo della middle class beccato al college per spaccio e mandato al carcere di San Quintino. Lì si trova a fare i conti con la popolazione carceraria ma verrà preso sotto protezione da un ergastolano che lo aiuterà a fuggire.
CANE MANGIA CANE, del 1997, è un romanzo intenso e d’azione: protagonisti un trio di sbandati che tentano una rapina destinata a finire male. Al centro del libro le distorte relazioni tra criminali.
“Come una bestia feroce” è un libro è del 1973 e racconta l’impossibilità di un ex detenuto a reinserirsi nella società civile.
Nei suoi romanzi, Bunker fa un’accurata analisi della psicopatologia criminale, delle delusioni e degli impulsi autodistruttivi.
Little boy blue (in italiano Educazione di una canaglia), del 1981, racconta le disavventure di un undicenne che vive tra collegi e case di correzione ed è lo specchio dell’infanzia e dell’adolescenza di Bunker. Quentin Tarantino ha definito questo libro “il miglior romanzo del crimine in prima persona che io abbia mai letto”.
“L’assassino che è in me”, di Jim Thompson, è narrato dal punto di vista di un personaggio apparentemente normale, ma intimamente violento e sanguinario; il testo esplora l’inferno privato di uno psicopatico attraverso una narrazione audace ed innovativa. Dopo averlo letto nel 1955, Stanley Kubrick assume Thompson come sceneggiatore, e con lui scriverà due film: Rapina a mano armata e, due anni piú tardi, Orizzonti di gloria.
Nazzareno Zambotti nasce a Roma nel gennaio del 1948; senza una casa, la madre lo chiude in collegio e lo dimentica li. Li impara le regole più crudeli e impara anche a farsi giustizia da solo. Così a quindici anni uscirà ma solo per passare al carcere minorile. E quando uscirà sarà pronto per una serie di reati, alternando intensi momenti di libertà a lunghi anni di prigione. L’autore di “Perché non sono diventato un serial killer” a cinquant’anni scrive degli anni che ha perduto.
Procedure
Innanzitutto, è stata effettuata un’accurata lettura dei testi scelti. In seconda istanza, sono state selezionate tutte le parti di testo che contenevano dialoghi del protagonista/autore, descrizioni di se e considerazioni personali.
Dopo questa prima analisi e selezione dei testi, sono stati preparati i documenti di testo, o Primary Documents, per l’applicazione di ATLAS-TI. Dunque le parti di testo selezionate sono state inserite in ATLAS. Un esempio di materiale tratto dai testi è il seguente.
<< Mi sentivo un po’ a disagio. Non sapevo proprio che cosa le avrei detto.
Sentii il rossore salirmi al volto.(….)
* Le ho tirato la maglia sopra la faccia e l’ho chiusa con un nodo. L’ho scagliata sul letto, le ho strappato i calzoncini e li ho usati per legarle i piedi. Mi sono levato la cintura e l’ho sollevata sopra la testa… Non so quanto sono andato avanti prima di fermarmi, prima di tornare in me. So solo che il braccio mi faceva un male cane e lei aveva il posteriore tutto livido, e avevo un terrore folle, tutto il terrore che uno può avere senza crepare.
Questo era un aspetto della faccenda, un aspetto notevole. Ma non il principale. Sapevo che lei mi stava rendendo peggiore; sapevo che se non ci davo un taglio in fretta, non ci sarei riuscito più. Sarei finito in gabbia o sulla sedia elettrica.
Lo guardai sentendomi vagamente nauseato e scosso; (…).
*Perché ero stato io. E Mike si era preso la colpa.
Venire qui mi aveva sempre fatto star meglio, fin da quando ero un soldo di cacio. Era come passare dal buio alla luce, dalla tempesta alla quiete. Come essersi perduto e ritrovato.
E’ questo che ero, e non potevo cambiare. Anche se non ci fossero stati rischi, dubitavo di poter cambiare. Avevo finto così a lungo che ormai non dovevo più farlo.
“Nessuno. Me la sono filata per il vicolo. Non sei contento?”
Non lo ero, anche se immagino che avrei dovuto.
Ero certissimo che stesse fingendo; avevo avuto parecchie dritte sulle donne, da Joyce. Ma non osavo darle la strigliata che meritava.
Ho continuato a parlare, parlare, sentendo che si rilassava; e non ho mai smesso di stupirmi di me stesso.
Eppure, non gli torsi neanche un dito. Non avrei mai fatto del male a un prigioniero, un a cui potevo farlo senza rischi. Non ne sentivo il minimo desiderio. Forse ero troppo orgoglioso della mia reputazione di uomo che non usa la forza. O forse, nel subconscio, ero convinto che i prigionieri e io fossimo dalla stessa parte. Ma in ogni caso, non li picchiavo mai. Non volevo farlo, e ben presto avrei smesso di voler fare del male a chiunque.
(…); non mi sentivo in diritto di sposarla. Ora, però, sapevo che non l’avrei fatto.
Non avevo mai avuto difficoltà a credere che avesse organizzato lui l’omicidio di Mike. Il fatto che era stato lui rendeva automaticamente accettabile la cosa.
Ma non avevo previsto di spennare Elmer. L’avevo fatto soltanto per chiudergli la bocca riguardo alle mie motivazioni.
Joyce ed Elmer sarebbero morti. Joyce se l’era voluta. I Conway se l’erano voluta. Non ero più spietato della donna che mi avrebbe spedito all’inferno pur di fare a modo suo. Non ero più spietato del tizio che aveva buttato giù Mike dall’ottavo piano di un edificio.
La sollevai e la portai in camera da letto. E no, la cosa non mi turbò per niente.
Mi mancherai, piccola, pensavo. Devi andare, ma mi mancherai di sicuro.
*Avevo voglia di ridere forte. Avevo voglia di urlare. Avevo voglia di saltargli al collo e farlo a pezzi.
* “E’ l’unica cosa che ha senso! E’ andata com’è andata, mi hai sentito? Suicidio, suicidio, suicidio! non l’ho ammazzata. non dire che l’ho ammazzata. si e’ ammazzata da sola!”>>
Il software si basa su una struttura a rete composta da una serie di “unità ermeneutiche” (Hermeneutic Units, Hu), che il ricercatore costruisce mano a mano che procede con la codifica e con l’analisi del materiale.
Ogni unità ermeneutica è costituita da:
primary documents: file di testo, immagini, video e audio (come visualizzato nella fig.2);
quotations: ossia tutte le parti di testo considerate significative (parole, frasi e paragrafi);
codes: categorie ed etichette utilizzate per la codifica;
memo: contengono appunti ed idee del ricercatore;
families: sono dei gruppi di informazioni che raggruppano dati dal contenuto simile;
networks: che consentono di visualizzare graficamente le interrelazioni fra gli elementi contenuti nell’unità ermeneutica.
Il passaggio successivo all’apertura dell’unità ermeneutica, consiste nello stabilire l’ampiezza delle parti del testo da analizzare, in base agli obiettivi della ricerca per poi passare alla codifica del materiale.
In questa fase, dunque, il programma consente di visualizzare costantemente le quotations, ossia le parti del testo selezionate, nonché i relativi codici assegnati.
Una volta effettuata la codifica, sono stati eliminati i codici che mostravano una frequenza troppo bassa e che quindi non avrebbero consentito delle generalizzazioni e spiegazioni successive.
I codici che avevano frequenze basse, ma che erano rilevanti ai fini della ricerca, sono stati raggruppati in etichette comuni.
Sono state inoltre create delle families, ossia dei gruppi di codici che potessero far riferimento a concetti teorici comuni e specifici.
Strass e Corbin (1990) definiscono questa operazione “codifica assiale”, poiché consente di riaggregare dei codici definitivi in categorie che ne rappresentano e ne sintetizzano la valenza teorica sottostante (De Leo et al., 2004).
Durante questo percorso, sono stati identificati 99 codici, alcuni dei quali sono stati eliminati per i motivi sopra indicati.
Le famiglie di codici costituite sono 13 come indicato nella tabella seguente, ognuna delle quali comprende un determinato numero di codici.
Tab.1 – Famiglie di codici costituite
|
Etichetta famiglia |
Numero codici aggregati |
|
Autocontrollo |
4 |
|
Autoefficacia |
6 |
|
Azione deviante |
3 |
|
Cambiamento |
6 |
|
Concezione di se |
3 |
|
Contrasto ambiente |
10 |
|
Controllo impulsi |
4 |
|
Disimpegno |
6 |
|
Emozioni negative |
19 |
|
Emozioni positive |
6 |
|
Isolamento |
7 |
|
Responsabilità |
4 |
|
Spiegazioni |
6 |
A questo punto si è passati all’analisi delle relazioni tra codici. Tramite la funzione query tool, è possibile recuperare segmenti di testo, immagini e suoni utilizzando i codici ad essi associati durante il processo di codifica. Questa operazione consente di formulare un’espressione a partire da operandi e operatori che definiscono i criteri ai quali devono corrispondere le citazioni da recuperare. Tramite una finestra di interrogazione, i singoli codici o le families (definiti operandi) vengono messi in relazione tramite operatori.
Gli operatori disponibili sono:
operatori booleani, che definiscono la ricerca in base alla semplice enumerazione dei codici; questi operatori logici corrispondono alle funzioni OR, XOR, NOT e AND;
operatori semantici, che permettono di fare ricerche ad un livello più sofisticato, poiché lavorano sulle connessioni già presenti tra codici; il programma fornisce in questo caso tre possibilità: UP, SUB, SIB;
operatori di prossimità, che possono essere utilizzati per analizzare le relazioni spaziali tra segmenti di testo codificati; in particolare abbiamo rapporti di inclusione, sovrapposizione, distanza e co-occorrenza generica.
I legami tra codici sono rappresentabili sotto forma di mappe concettuali. In particolare, la funzione network view consiste nella rappresentazione spaziale della rete.
Naturalmente nei risultati sono riportati i legami tra famiglie di codici che sono risultati rilevanti durante la fase di analisi. In pratica, dopo aver applicato la funzione query tool sono stati presi in considerazione solo i legami che hanno dato un esito quantitativo sufficiente e rilevante ai fini della discussione.
Risultati e discussione
Come accennato precedentemente, la codifica del materiale ha permesso la costruzione di numerosi codici che per motivi di operatività e praticità sono stati raggruppati in families.
A questo punto è dunque necessario soffermarsi sui risultati emersi da questa prima fase di analisi.
Innanzitutto, durante il percorso di codifica, sono stati rilevati numerosi codici raggruppabili con l’etichetta “emozioni” (negative e positive): all’interno di questo codice sono dunque presenti le emozioni negative del soggetto espresse nel testo, tipo: angoscia, delusione, disagio, disperazione, disprezzo, gelosia, invidia, noia, paura, rabbia, preoccupazione, impazienza; e le emozioni e sentimenti positivi rintracciati nel testo, tipo: fiducia, amicizia, gioia, rispetto per gli altri, etc…
La seconda famiglia di codici comprende tutte le espressioni del soggetto riguardanti l’autocontrollo (in termini negativi e positivi) e quindi da una parte padronanza e gestione del comportamento e delle proprie azioni, dall’altra la mancanza di autocontrollo e quindi impulsività, impazienza, acting-out.
Il codice-famiglia autoefficacia richiama il concetto di Bandura e con esso sono state dunque raggruppate tutte le affermazioni del soggetto riguardanti la capacità del soggetto di determinarsi e di raggiungere degli obiettivi. Il senso di autoefficacia costituisce la percezione che una persona ha della propria competenza nel proprio ambiente e influenza la scelta dei comportamenti tra quelli a disposizione che poi vengono adottati. In particolare, nei testi sono state rintracciate alcune caratteristiche specifiche tipo impegno, abilità (in termini di competenza), perseveranza.
Il codice-famiglia azione deviante raggruppa una serie di variabili riguardanti lo svolgersi dell’azione, con particolare riferimento ai momenti “critici” di scelta e di comportamento da parte dei soggetti. All’interno di questa categoria, troviamo infatti anche una serie di elementi specifici legati alla “pianificazione dell’azione”.
Il codice-famiglia cambiamento rimanda a tutta una serie di riflessioni ed affermazioni dei soggetti circa la loro possibilità di modificare il proprio stile di vita, uscendo dai circuiti devianti. Sono state dunque categorizzate le affermazioni riguardanti la volontà di cambiamento, la forza di superare le difficoltà, la capacità di saper rivolgersi agli altri ed accettare il loro aiuto, la determinazione nel voler superare una sorta di “destino fatale”.
La famiglia concezione di se include tutta una serie di considerazioni e riflessioni esplicite del soggetto su se stesso e sul proprio comportamento, nonché sui propri meccanismi di autoregolazione.
Durante il lavoro di codifica sono emersi anche dei sentimenti di ostilità del soggetto verso l’ambiente esterno: in particolar modo, frequentemente sono stati rintracciati sentimenti di odio e rifiuto verso gli altri e soprattutto verso il sistema di regole convenzionali, verso le autorità. Tale atteggiamento portava molto spesso il soggetto ad isolarsi, a considerarsi emarginato dalla società e a ritenere dunque il mondo esterno come ostile nei propri riguardi. Altri tipi di atteggiamento simili sono stati siglati anche con il codice isolamento, che in realtà esprimeva la volontà del soggetto ad allontanarsi dagli altri.
Il codice-famiglia controllo impulsi ha a che fare in qualche modo con l’autocontrollo, ma più specificatamente con questo termine sono stati raggruppati tutti gli elementi riguardanti una sorta di acting-out commesso dal soggetto nei momenti critici: durante la maggior parte dei crimini narrati, il soggetto esperiva una sorta di “escalation” del proprio comportamento caratterizzata alla fine da uno scarso controllo e dall’impulso di commettere un’azione deviante, soprattutto dopo aver provato forti sentimenti di rabbia.
A tale proposito, infatti, attraverso la funzione query tool (interrogazione) del software è emerso il passaggio (legame) tra singoli codici e le rispettive famiglie di codici.
Dunque, all’interno del testo, le espressioni di rabbia sono equiparate all’impulso ad agire (relazione OR); la rabbia porta agli eventi critici che sono a loro volta associati alla commissione di azioni devianti. Dall’altra parte è emerso che a sua volta l’impulso ad agire è causato da una mancanza di autocontrollo.
Rispetto alle azioni devianti, il soggetto proponeva anche una sorta di meccanismi di disimpegno che sono stati appunto raggruppati con questo stesso termine: si tratta di una serie di giustificazioni e razionalizzazioni che il soggetto proponeva a se stesso e agli altri per la spiegazione del proprio comportamento, tra i quali ad esempio il ricorso ad una possibile malattia mentale, oppure all’emarginazione subita, alla colpevolizzazione della vittima, nonché ad una sorta di fatalismo.
Alcune convinzioni del soggetto sono state raggruppate nel codice-famiglia spiegazioni: si tratta di una serie di motivazioni che il soggetto fornisce nell’interpretare la propria condotta. In tale categoria sono state inserite quotations del tipo: “era come se ci fosse un complotto contro di me”, “loro se l’erano voluta”; affermazioni che comunque richiamano dei meccanismi di interpretazione alterati e che comunque fanno riferimento a meccanismi di disimpegno.
Infine, la categoria responsabilità riguarda le numerose affermazioni del soggetto circa la responsabilità delle proprie azioni.
Per quanto riguarda i legami tra le varie famiglie di codici (verificati attraverso la funzione query tool del software) è emerso quanto segue:
frequentemente il codice contrasto ambiente è associato con l’isolamento da parte del soggetto;
il codice azione deviante è legato al codice responsabilità;
l’autocontrollo è equiparato allo scarso controllo degli impulsi: quindi nel testo appare evidente uno scarso autocontrollo da parte del soggetto;
all’interno del codice controllo impulsi sono inserite una serie di emozioni negative (tra cui rabbia, delusione, ansia);
le spiegazioni del proprio comportamento da parte del soggetto sono legate a meccanismi di disimpegno;
le emozioni negative (soprattutto la rabbia) determinano uno scarso controllo degli impulsi;
l’autoefficacia percepita dal soggetto determina la sua spinta verso il cambiamento;
a sua volta la voglia di cambiamento include (relazione encloses) il saper chiedere aiuto agli altri.
Conclusioni
In tutti i testi analizzati e dunque nelle narrazioni dei soggetti, è evidente come il loro comportamento e la messa in atto di azioni devianti siano condizionati da una serie di credenze personali, alcune delle quali “errate”, e dal grado di controllo del proprio comportamento (quindi autocontrollo) da una parte; dall’altra, il soggetto tende comunque a confrontarsi con il sistema di credenze normative, interne ed esterne.
Nello specifico, all’interno delle analisi, è emerso che il comportamento del soggetto è comunque influenzato da una serie di credenze comportamentali distorte.
Bandura (1996) afferma che gli individui sono predisposti a specifiche costruzioni cognitive fallaci che possono avere un senso nella elaborazione routinaria ed economica delle informazioni nella vita del soggetto, e possono essere considerate come generali deficit del sistema mentale. Questi errori di elaborazione possono diventare predisposizioni a specifiche stabili distorsioni quando sono concettualizzate ed inserite in più ampio quadro o schema che contiene temi personali specifici, e quindi tali distorsioni possono essere denominate come “vulnerabilità cognitiva”.
Analizzando il comportamento del criminale, all’interno dei testi analizzati, è stato dunque possibile rintracciare i principi che hanno guidato l’autore e le modalità con cui egli si rapporta a sé stesso e agli altri rispetto al suo agire.
Nella letteratura specializzata è possibile rintracciare alcune “distorsioni cognitive” ritenute maggiormente frequenti e suddivisibili nel modo seguente:
rispetto all’azione, quindi richiamo a valori e ideali di libertà, definizione soggettiva del significato delle proprie azioni, percezione di regole e leggi in rapporto alle proprie azioni;
rispetto alla responsabilità, quindi gli atteggiamenti e le espressioni che si riferiscono alla consapevolezza e alla coscienza che il criminale ha delle sue azioni. Le sottocategorie comprese in tale categoria sono: attribuzione della colpa a forze negative interne ed esterne, essersi adeguati alle decisioni di altri, confronto con azioni peggiori;
rispetto alle conseguenze: negazione o minimizzazione del danno; falsificazione delle conseguenze, spostamento della responsabilità ad altri o a fattori esterni situazionali;
rispetto alla relazione: negare l’altro e la sua individualità.
Tali distorsioni cognitive (che richiamano il concetto di disimpegno morale) influenzano il modo in cui le persone (in questo caso autori di crimini violenti) rappresentano, organizzano e rievocano le proprie esperienze.
Nelle narrazioni analizzate, è evidente la presenza di meccanismi di neutralizzazione, utilizzati dai soggetti: tali tecniche consisterebbero in forme di razionalizzazione del comportamento deviante, annullando la distanza socialmente definita fra questo e i valori condivisi.
Proprio queste convinzioni errate (distorsioni), soprattutto attraverso la negazione di responsabilità, portavano i soggetti ad interpretare e sostenere il proprio comportamento deviante, accentuando ancora di più i sentimenti di distacco dal mondo esterno (espressi tramite l’isolamento, la negazione delle autorità e l’emarginazione).
Dai risultati dell’analisi, condotta tramite ATLAS, è anche emerso che le azioni devianti erano precedute da una forte attivazione a livello emozionale e da uno scarso autocontrollo che portava quindi l’individuo verso gli atti criminali.
A questo proposito, Schachter (1962) ha ipotizzato che la percezione di un evento di rilevanza emozionale provoca una aspecifica attivazione (arousal), cui fa seguito una spiegazione cognitiva basata sullo stimolo situazionale, ossia un processo attribuzionale di natura più squisitamente cognitiva.
Nei testi emergeva, infatti, un ruolo predominante della rabbia e dell’aggressività, che causavano un maggior livello di attivazione da parte del soggetto. In realtà, il meccanismo agiva in maniera circolare, poiché allo stesso modo era l’ambiente esterno (stimoli) a provocare emozioni forti nel soggetto che pertanto provava rabbia.
Infatti, sebbene il comportamento reale appaia impulsivo, si verifica sullo sfondo di un ambiente che ha fatto si che l’impulso finale si verificasse con maggiore probabilità. Un comportamento impulsivo di solito non è totalmente impulsivo e ciò pone la questione rispetto alla responsabilità.
Gli atti impulsivi vengono eseguiti in modo forzato, senza deliberazione o riflessione, sotto l’influenza di una pressione coercitiva che restringe la libertà del soggetto nell’esercitare la propria volontà. Dal momento che un atto riflessivo viene a mancare, le conseguenze di tali atti non vengono pensate o prese in considerazione.
L’aggressione è definita come un attacco fisico e verbale su altre creature viventi o oggetti e l’aggressività come la disposizione ad essere aggressivi. In senso psicopatologico, l’aggressione comprende il desiderio deliberato e incurante delle conseguenze di danneggiare e distruggere, ed è accompagnata da emozioni negative quali la rabbia, la paura, la disperazione e il rancore. I due concetti di aggressione vedono da una parte la spinta innata e dall’altra una risposta acquisita. La prima teoria è stata supportata dagli etologi e dalla psicoanalisi classica; se l’aggressività costituisce una spinta innata essa deve trovare qualche forma di sfogo. Le teorie dell’apprendimento presumono che l’aggressività sia una reazione acquisita in risposta a stimoli esterni.
Per quanto riguarda l’azione era anche evidente, nelle narrazioni dei soggetti, un grado di controllo molto scarso. Il concetto di controllo è stato centrale nella teoria di Kuhl (1984), proprio a proposito della volizione: la persistenza del comportamento in presenza di situazioni frustranti o di alternative altrettanto attraenti può essere spiegata proprio dalla presenza nella persona di un controllo di tipo volitivo. Si fa dunque riferimento ad un processo di autoregolazione che “protegge” i propositi formulati dall’eventuale presenza di desideri di impegnarsi in altre attività. Due sarebbero i tipi di controllo volitivo che una persona può realizzare: uno orientato all’azione e l’altro allo stato. Nel primo caso, gli individui esercitano un controllo attivo al fine di rendere possibile il perseguimento di un obiettivo; nell’altro vi è una maggiore attenzione alle cognizioni e ai sentimenti circa il proprio stato attuale, passato e futuro, piuttosto che sull’azione e questo determinerebbe una diminuzione di autocontrollo.
L’altro elemento importante emerso dai risultati è costituito dalla voglia di cambiamento del soggetto. Più volte nelle narrazioni, è presente un sentimento ed una voglia di libertà. Il sentimento di libertà incide sulla capacità di autogovernare il proprio comportamento; questo sentimento richiama il concetto di autoefficacia.
Nella valutazione dell’autoefficacia l’individuo “misura” aspetti delle sue prestazioni passate, dei bisogni correnti, delle possibilità offerte dalle circostanze e dalla controllabilità della situazione. I suoi risultati sono anche funzione della plausibilità di queste diagnosi.
Durante i racconti, infatti, il soggetto più volte manifestava la necessità di attivarsi per avere una vita migliore, mostrando anche capacità ed impegno e ricorrendo quando necessario ai supporti esterni (altri significativi). Naturalmente, era anche un soggetto in grado di analizzare la sua storia passata sapendo cogliere determinati “fattori di rischio” che lo avevano portato a scelte devianti.
Queste considerazioni del soggetto su di se sono state raggruppate durante la ricerca con il codice “riflessioni su di se”. Si tratta, in realtà, di una serie di segnali di identità e soggettività.
Ciò che emerge da questa analisi è un concetto di Sé come costrutto psicosociale, organizzato in patterns di conoscenza, utilizzato dai soggetti per interpretare la realtà e dare un senso alle proprie esperienze. In questo modo, nella ricerca richiamava anche i codici relativi alle “credenze e spiegazioni personali” dei soggetti, che in qualche modo interpretavano e motivavano il proprio comportamento.
Il processo di personificazione include il sé genetico, il sé biologico, il sé corporeo, il sé spirituale, quello sociale e quello professionale. Cooley (1902), ad esempio, concepì il Sé come prodotto dell’interazione sociale attraverso la metafora del sé rispecchiato (looking-glass self). In questo senso il Sé viene inteso come un resoconto biografico tra ciò che si è e ciò che si è stati (aspetto narrante del Sé) e come sintesi informativa di ciò che si vorrebbe e si aspetta di diventare (aspetto potenziale del Sé). Esso opera alla ricerca di desiderabilità sociale e soddisfazione del bisogno di appartenenza (aspetto relazionale del Sé) e preserva il bisogno di coerenza e autoefficacia (aspetto protettivo del Sé) (Gulotta, 2002).
In particolare, proprio gli aspetti potenziali del sé e le convinzioni di autoefficacia portavano il soggetto a considerare strategie e modalità di cambiamento, in contrapposizione alle scelte devianti.
Questi aspetti, che in qualche modo ci consentono di riflettere su alcuni fattori “predisposizionali” aprono un ampio e contrastato dibattito e saranno ulteriormente approfonditi nelle ricerche future.
Bibliografia
Bandura A. (1996) Self Efficacy, New York, Freeman.
Bruner J. (1990) La ricerca del significato. Per una psicologia culturale, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.
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