Volume 1, Numero 3

Editoriale

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Il primo anno di vita del nostro Journal si compie con il presente 3° numero che chiude il primo volume. È tempo quindi di un iniziale bilancio.

Non prestare attenzione agli aspetti emotivo-affettivi, in gran parte inconsci, della vita mentale, comporta il restare giocattoli in mano all’economia, al destino, agli affaristi e ai bugiardi e manipolatori di ogni risma1. Nella fondazione dell’IJPE mi ha animato questa pro-vocazione; è così iniziata un’avventura editoriale resa possibile dall’aver incontrato persone, tra cui accademici di chiara fama, con cui ci si è ritrovati accomunati dalla passione di contribuire a “liberar dai ceppi altri” 2 altri che, a loro volta, sono chiamati a svolgere il fondamentale ruolo di educatori. Ed ogni educatore (genitore, insegnante, formatore) ognuno che svolge una delle cossiddette “professioni d’aiuto” (medico, assistente sociale, magistrato, avvocato, ecc.) così come coloro che sono preposti a ruoli di governo nella politica, nelle istituzioni lavorative, dovrebbero essere consapevoli dei processi psicodinamici delle dimensioni relazionali ed emozionali implicate in ogni attività umana.

Molti compagni di cammino si sono uniti strada facendo, in questa sorta di “commedia” (nel senso dantesco) in cui cerchiamo di esplorare l’insondabile mistero della della vita psichica relazionale umana. Tra gli ultimi saluto in particolare i proff.ri Ondarza e Bertola come parte del Comitato Scientifico

Il presente numero, costituito da oltre duecento pagine, molte delle quali di notevole rilevanza scientifica (segnalo in particolare i preziosi distinti contributi dei proff.ri Disanto, Meghagi e Ondarza). Inutile proporre in questa sede le sintesi dei vari articoli che potete ritrovare nelle pagine degli abstract. Contributi che, in piena ottemperanza ai nostri scopi, propongono un’ermeneutica psicoanalitica dei vari tipi di relazione educativa, dei vissuti micro e macro-sociali. Applicando la visione analitica, oltre che alla clinica, alla cultura, alla storia, all’economia, alla religione e all’arte, cerchiamo, con le nostre attività (tra cui questa editoriale) di contribuire, per la nostra parte, a quell’imprescindibile “alfabetizzazione emotivo-affettiva […]. Imparare a leggere il conflitto, a decodificarlo, evitando di manipolarlo, ce lo rende riconoscibile. Quando si realizza una specie di “alfabetizzazione” delle situazioni conflittuali, per cui impariamo a gestire pensieri, emozioni e affetti, anche in presenza di situazioni “perturbanti” possiamo orientarci nella individuazione di possibili risoluzioni”3.  

Mi auguro, a nome anche del resto del comitato di co-direzione scientifica dell’IJPE, che i lettori continuino ad usare gli strumenti che cerchiamo di fornire con le nostre pubblicazioni. Nella speranza di contribuire a che l’educatore, il governante, il formatore, l’operatore socio-giuridico e sanitario possa operare una sorta di “con-versione”, ossia possa “vedere le cose da un altro punto di vista” per coglierne la verità “oltre il muro”. Una verità che occorre evitare che rimanga rimossa. L’intera storia della tirannia è, per dirla con Lacan, a darci risposta di cosa succeda quando si rimuove la verità: essa si esprime altrove, in un altro registro, in un linguaggio cifrato.  La verità rimossa infatti persisterà, ma trasposta in un altro linguaggio, il linguaggio nevrotico e questo tanto a livello individuale, quanto a livello micro e macro sociale, istituzionale, culturale. “Con-versione” anche nel guardare l’altro nella relazione educativa o d’aiuto; infatti, come recita un’antica formula di saggezza ebraica: “Ognuno ti appare come tu lo guardi”. Cambiare il proprio atteggiamento è preludio a sentire in modo diverso: ciò può contribuire alla vittoria di Eros su Thanatos, per la gioia di Psiche.

 

Buona “Seconda Navigazione”

 

Roma, 14 dicembre 2009

 

Rocco Filipponeri Pergola

direttore International Journal of Psychoanalysis and Education - IJPE

presidente Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa - APRE

1 Cfr. Winnicott D. W, (1986) Dal luogo delle origini, trad. it. Raffaello Cortina, Milano, 1990.

1 

2 Mi riferisco al Mito della Caverna narrato da Platone nel De Repubblica, che, oltre ad esser riportato nella pagina di presentazione del Journal sul relativo sito telematico, riporto di seguito.

2Immaginiamo che degli uomini vivano in una caverna che abbia l’ingresso aperto verso la luce per tutta la sua larghezza, con un lungo andito d’accesso; poniamo ora che gli abitanti di questa caverna siano legati alle gambe e al collo in modo che non possano girarsi e che quindi possano guardare unicamente verso il fondo della caverna medesima. Immaginiamo poi che appena fuori dalla caverna vi sia un muricciolo ad altezza d’uomo e che dietro questo (e quindi interamente ricoperti dal muricciolo) si muovano degli uomini che portano sulle spalle delle statue lavorate in pietra e in legno, raffiguranti tutti i generi di cose. Immaginiamo, ancora, che dietro questi uomini arda un grande fuoco e che, in alto, splenda il sole. Infine immaginiamo che la caverna abbia una eco e che degli uomini che passano al di là del muro parlino, in modo che dal fondo della caverna le loro voci rimbalzino per effetto dell’eco. Ebbene, se così fosse, quei prigionieri non potrebbero vedere altro che le ombre delle statuette che si proiettano sul fondo della caverna e udrebbero l’eco delle voci: ma essi crederebbero, non avendo mai visto altro, che quelle ombre fossero la vera e unica realtà e crederebbero anche che le voci dell’eco fossero le voci prodotte da quelle ombre.

2Ora, supponiamo che uno di questi prigionieri riesca a sciogliersi con fatica dai ceppi: costui con fatica riuscirebbe ad abituarsi alla nuova visione che gli apparirebbe; e, abituandosi, vedrebbe le statuette muoversi al di sopra del muro, così capirebbe che quelle sono ben più vere di quelle cose che prima vedeva e che ora gli appaiono come ombre. E supponiamo che qualcuno tragga il nostro prigioniero fuori della caverna e al d là del muro: egli resterebbe abbagliato prima dalla gran luce e poi, abituandosi, vedrebbe le cose stesse e; da ultimo, andando più avanti, trovato un lago, vedrebbe riflessa nello specchio d’acqua la luce del sole; infine alzando lo sguardo, ormai pronto, vedrebbe il sole in sé, e capirebbe che questa sono le realtà vere e che il sole è causa di tutte le altre cose visibili.

2

3 Disanto A. M. (2009),  La costruzione della relazione educativa, in IJPE, n° 3, vol. I, Roma