Questo articolo riporta il delicato lavoro analitico che ha visto per più di due anni me terapeuta ed il piccolo Niccolò – un bambino di quattro anni e mezzo che arriva nel mio studio a dicembre del 2006, con la richiesta di terapia e una diagnosi di “Disturbo generalizzato dello sviluppo”- impegnati nel processo di strutturazione del Sé di un bambino straordinariamente dotato, ma impedito nell’unificazione dei vari elementi della sua persona.
L’impegno che richiede il lavoro con i bambini psicotici o autistici implica anche la passione e l’amore che questi ed i loro genitori meritano: i figli in quanto privati del dono di una vita pienamente goduta, e i genitori, in quanto privati della realizzazione di avere un figlio sano.
Accogliendo nel setting della terapia con il bambino ora il padre, ora la madre, ora entrambi, a seconda delle richieste di Niccolò, riesco a tessere una nuova trama di rapporti in cui pazientemente ognuno, con diverse modalità e finalità, può riprendere il proprio percorso di individuazione.
Nel lavoro con questo bambino, con la coppia genitoriale e con i livelli primitivi ed arcaici della mente è stato fondamentale analizzare il mio controtransfert cercando di tenere insieme attraverso un pensiero unificante i vari livelli comunicativi del bambino: quello sensoriale, quello posturale, quello verbale, quello gestuale, ed ancora cognitivo, emotivo, mimico, ludico, cogliendone le minime sfumature, integrandole in una visione globale interna e risignificando al piccolo emozioni, vissuti, stati d’animo, in una restituzione di elementi alfa (Bion 1965) che trovano nelle pieghe del mio mondo interno, la possibilità di trasformazione e di affrancamento da quegli elementi beta, rimasti nel bambino per vari motivi come bloccati e non trasformabili.
Attraverso questo lavoro vorrei sottolineare la trasformazione dell’immagine di Niccolò, da quella di “un bambino rotto” a quella di un bambino “capace di rompere” le barriere delle sue difese dalle angosce impensabili.
La prima conoscenza di Niccolò avviene attraverso le immagini incoerenti, frammentate e contrastanti che di lui mi presentano i suoi genitori: un bambino percepito ora troppo “vicino”, attaccato, possessivo, controllante, con marcate difficoltà di separazione; ora troppo “lontano”, chiuso ed isolato in un mondo tutto suo; ora, in alcuni momenti, partecipe dentro un rapporto di scambio comunicativo.
Questa visione genitoriale disarticolata appare corrispondente all’esperienza del bambino, in cui si alternano differenti modalità di funzionamento psichico, con una mancanza di coesione e unità del Sé e carenza di capacità integrativa, come ho modo di osservare quando lo incontro.
Dalla F alla “mia Faby”
Niccolò è un bimbetto biondo con gli occhi azzurri definiti da lunghe sopracciglia marroni; appare scoordinato, goffo nei movimenti, con un corpicino vuoto e privo di armonia tenuto insieme da modalità rigide ed autistiche di funzionamento.
Nel primo incontro egli viene accompagnato dal papà, che poi per circa due mesi e mezzo resterà di sotto e farà salire il figlio con la moglie perché, come lui stesso dice, “è meglio che io lo veda con la madre con la quale è stato in modo esclusivo fino ad un anno per poter capire meglio cosa sia successo”1.
Niccolò chiama le persone con l’iniziale del nome, come se cercasse di mantenere un anonimato dell’altro nel contatto, oppure con la freddezza e la durezza dell’automobile che posseggono; io infatti sono F e poi Opel. La percezione dell’altro sembra che per lui possa essere solo una esperienza molto parziale basata su sensazioni ‘parzializzate’. Il linguaggio è ecolalico e stereotipato; spesso dice cose incomprensibili che la madre traduce dando delle sue interpretazioni, spesso lontane foneticamente da quanto emesso. I genitori sembrano entrare fortemente in ansia quando Niccolò si isola o dice cose incomprensibili: il papà strabuzza gli occhi, mentre la madre reagisce sostituendosi al figlio in modo compensatorio, riempiendo così i suoi vuoti e le sue assenze. Spesso lo sollecitano a fare, a giocare, non solo verbalmente ma anche fisicamente, lo solleticano, lo toccano come per destarlo dal nulla.
Sin dal primo incontro emerge la difficoltà del bambino di separarsi dai genitori e così decido di accettare che li porti dentro la stanza perché in tal modo sento di mettermi nella condizione di poter osservare e comprendere meglio le interazioni, senza operare una forzatura eccessiva rispetto alle difficoltà ed alle risorse, sia del bambino che dei genitori stessi.
Continuando a vederlo con la mamma e il papà fornisco anche loro la possibilità di osservare una diversa modalità interattiva, favorendo l’emersione di una diversa relazione che possa tener conto della separazione non traumatica e non traumatizzante2. Propongo tre sedute settimanali al bambino ed un incontro mensile con i genitori che poi diventerà quindicinale.
Gli incontri con Niccolò si succedono senza variazioni significative con una continua alternanza di modalità di funzionamento differenti e contrastanti. Queste alternanze nel funzionamento mentale del bambino avvengono sotto il mio sguardo e proprio attraverso il mio guardarlo in modo attento e partecipe, posso fornire una iniziale esperienza di continuità e di collegamento.
Nel rapporto con me Niccolò inizialmente sembra ignorarmi, ma in realtà presto mi accorgo che, seppure con sguardi fugaci, tiene sotto un controllo onnipotente ogni mio movimento.
Nel primissimo incontro con la coppia genitoriale la mamma racconta che all’asilo nido il bambino piangeva disperatamente fino a procurarsi il vomito; alla scuola materna, quest’anno, piange, anche se in modo più accettabile. Vedendo che Niccolò quando lei lo accompagna a scuola si dispera e poi per tutto il resto del giorno resta “strano”, anche a dire delle maestre, ha deciso di risolvere il problema non facendosi proprio trovare al suo risveglio. Il bambino non vedendola non chiede di lei ed appare più sereno proprio come se “la mamma assente” non esistesse: la mamma può essere pensata solo come insieme a Niccolò e non come mamma separata da lui.
In questa prima fase della terapia sento nel controtransfert di dovermi limitare ad offrire un ambiente confortevole ed affidabile, accettando di aspettare e rispettare i tempi del bambino, evitando di colludere con le angosce genitoriali tendenti ad iper-stimolarlo. In mancanza di un linguaggio verbale articolato e di un gioco simbolico attraverso cui possono emergere contenuti del mondo interno, cerco di dare rilievo alla postura, alla mimica, ai gesti ed ai comportamenti, parlando al bambino di sensazioni e di emozioni. Considerando alcuni comportamenti come proto-simbolici cerco di dare un senso al suo vissuto, tollerando le oscillazioni repentine da una modalità di funzionamento più integrato ad una più di tipo autistico, che spesso lascia un vuoto incolmabile nella mia comprensione.
La mia voce ed il mio sguardo sembrano svolgere una funzione di involucro contenente e protettivo (Anzieu 1996) nel quale il rapporto con Niccolò possa costituirsi gradualmente, poco alla volta. Anche nei movimenti sono molto misurata e dosata, non mi avvicino mai troppo, mi lascio usare da lui consentendogli di fare una esperienza di attendibilità e continuità.
Da un lato accolgo il bisogno di indifferenziazione del piccolo, mantenendo quello stato di illusione onnipotente di cui mi sembra avere bisogno; dall’altro cerco di riconoscere e facilitare tutti quei momenti in cui sembrerebbero affiorare tracce del riconoscimento dell’altro da Sé, fornendo anche delle micro-disillusioni tollerabili.
Niccolò sempre più spesso chiede di essere guardato, ed è come se sotto lo sguardo attento dell’altro egli possa cominciare ad esistere, a prendere forma e consistenza.
Dopo circa tre mesi dall’inizio della terapia compare “il gioco del nascondino”: Niccolò si nasconde dietro alla tenda e chiede, dapprima solo al genitore presente in seduta, poi in un secondo momento anche a me, di essere cercato per poi ricomparire. Trovato e riconosciuto comincia a fare esperienza di integrazione corporea ed emotiva; può vedere riflessa negli occhi dell’altro una immagine progressivamente più intera e coesa di Sé. Man mano in questo gioco, mentre è da solo nascosto può cominciare a chiedersi dov’è il genitore che non è presente in seduta, può cominciare così a nascere dall’assenza il desiderio dell’altro senza che la percezione dell’assenza stessa diventi catastrofica. Un altro gioco che Niccolò chiede sempre più spesso di fare è “il gioco del canestro”; lui tira la palla verso l’angolo della scrivania dove tengo il cestino per le carte che diventa il “suo canestro” tentando di farvela entrare e ricreando una esperienza in cui essere tenuto e contenuto, come il bambino dentro le braccia e la mente della mamma. La creazione di questo gioco, fa capire che le sue difese onnipotenti servono per fronteggiare il dolore della disgiunzione nell’esperienza della bocca col seno. Questo gioco è come se consentisse al piccolo paziente di ritrovare una esperienza di illusione primaria, forse interrotta bruscamente nella relazione originaria con la mamma. Spesso tira la palla senza guardare, ad occhi chiusi come se cominciasse a sentire, nel transfert, di potersi fidare perché dall’altra parte c’è un canestro che contiene e non lascia cadere.
Penso al fatto che forse in questi primi mesi di terapia sono stata chiamata a svolgere, tra le altre cose, per Niccolò una funzione strutturante e contenitiva proprio come l’esperienza che un neonato fa con il seno, con la voce della mamma, con lo sguardo e con l’essere tenuto in braccio. Il gioco del nascondino e quello del canestro rappresentano al tempo stesso per Niccolò due esperienze importanti di individuazione e di unione, in cui l’una sembra essere possibile in virtù dell’altra e viceversa: come se l’una negasse l’altra, la preservasse e al tempo stesso la favorisse. Ora il bambino può cominciare ad entrare anche in una relazione non più solo parziale con la F o la Opel, ma con la “mia Faby”, come lui stesso comincia a chiamarmi.
La fine di ogni incontro è vissuta da Niccolò come l’interruzione di una continuità che lo porta a difendersi con modalità autistiche di funzionamento: guarda verso l’alto, dice parole incomprensibili in modo ecolalico. La forte angoscia separativa fa si che lui spesso non mi saluti e mi chiuda dentro la stanza, pensando così onnipotentemente di controllarmi e di ritrovarmi là dove mi ha lasciata. Tutto procede con queste modalità fino a che non avviene un evento, che sembra immettere nella seduta il “trauma”, il caos e la disintegrazione.
La rottura dell’onnipotenza ed il caos come difesa
Seduta del 12 marzo 2007
A tre mesi dall’inizio della terapia Niccolò arriva con circa quindici minuti di anticipo (abitualmente arriva in ritardo), non apro io la porta ma un collega. Io sono nella mia stanza a scrivere, sento parlare e riconosco la voce di Niccolò che ripete: “Non è venuta Faby ad aprire ma è venuto il signore”. Al solito orario vado in sala d’attesa e lo trovo in braccio al papà, lo saluto, loro si alzano e lui dice: “Eccola Faby”!
Il padre lo rassicura dicendogli che lui gli aveva detto di stare tranquillo perché io ero nella mia stanza. Niccolò ripete varie volte: “Era nella stanza, non ci è venuta ad aprire”! Il papà conferma che “oggi non è venuta Fabiana ad aprire alla porta ma è venuto il si…” Niccolò completa dicendo “signore”. Entrano nella stanza ma il bambino sembra ignorarmi, il padre lo sollecita ripetutamente e salutarmi e a giocare con me, poi commenta: “Ma come… da quando sei uscito da scuola non hai fatto che dire dov’è Faby, quando andiamo da Faby e ora che sei qui non la guardi neppure?” Dico che forse oggi lui si sente smarrito e anche un po’ arrabbiato per il fatto che non mi ha trovata subito appena è arrivato e magari ha pensato che non c’ero e non ero, come sempre, pronta per giocare con lui!
Possiamo pensare che la percezione del volto trasformato, estraneo, sembrerebbe aver creato una rottura traumatica ed anche dato origine ad un innesco di memorie traumatiche registrate nel Sé, in cui l’intensità dell’oggetto disorganizza lo psichismo in una esperienza non rappresentabile. Ciò sembrerebbe anche essere la causa della paura che la stessa esperienza possa essere ripetuta, come si evince dalla seguente seduta successiva a questa.
Seduta del 13 marzo 2007
Aspetto Niccolò che è in ritardo di 10 minuti; vengo attratta da rumori e voci per le scale, ma solo dopo un po’ riconosco, dalle urla, la voce di Niccolò. Suonano alla porta, apro ed entrano Niccolò, la mamma ed il papà. La signora mi dice sottovoce che oggi è stata una tragedia portarlo perché non voleva venire!
Niccolò dice: “Eccola Faby, ci ha aperto Faby”! Entrano tutti e tre nella stanza mentre la mamma invita il figlio a dirmi che lui oggi non voleva venire e domanda con insistenza: “Perché non volevi venire? Dov’è che volevi andare”? Lui risponde: “Da Fabiana”. Niccolò ripete in modo ecolalico che “Faby era nella stanza”. Dico che io ero nella stanza e lo aspettavo per giocare insieme, anche se lui forse temeva che anche oggi andasse ad aprire la porta qualcun altro e che io non ci fossi.
Niccolò prende la madre per mano e la porta sul tappeto, poi comincia a svuotare le ceste dei giochi a terra camminando senza badare ai giochi che vengono calpestati e calciati. Viene poi alla scrivania e comincia a buttare le costruzioni una alla volta dalla parta della stanza non ancora invasa dal caos.
Nel caos e fra i rumori penso che attraverso gli oggetti buttati a terra, Niccolò sembra esprimere il suo vissuto di “caduta”, di perdita dell’esperienza di essere tenuto in modo sicuro e prevedibile, vissuto che il bambino al contempo cerca di espellere. Tale modalità espulsiva e la disintegrazione sembrano essere per Niccolò una esperienza difensiva rispetto ad emozioni intollerabili di spavento, rabbia e angoscia.
Calpestando i giochi cammina per la stanza ed afferra il tubo di cartone nel quale qualche incontro prima aveva incastrato la macchinetta piccola e lo porge alla mamma dicendole di tirarla fuori. La madre non capisce, allora io gli dico che nel tubo c’è una macchinetta e Niccolò vuole vedere se è ancora lì dentro al sicuro. La signora chiede al figlio se deve tirarla fuori. Lui risponde di sì e lei, faticosamente, la fa uscire: la macchinetta cade a terra, lui la prende, la guarda e la rimette dentro al tubo che poi lancia in aria. Il tubo lo colpisce in testa; allora lui lo prende e lo lancia verso di me. Io provo a prenderlo al volo ma non ci riesco. Niccolò raccoglie il tubo caduto a terra, viene verso di me ed improvvisamente lo usa per colpirmi in testa. La madre ed il padre in coro dicono: “Noo”! Niccolò ripete il gesto, io lo contengo e commento che forse vuole farmi provare la stessa sensazione di dolore che ha provato lui poco prima, e forse mi vuole anche dire che è spaventato ed arrabbiato con me per il fatto che ieri non gli ho aperto la porta, ho mandato il signore e poi l’ho anche fatto aspettare non essendo subito pronta per giocare con lui. Niccolò prende la palla e la mette nella busta, la chiude e mi chiede dov’è. Dico che la palla non c’è più, è sparita! Niccolò allora la tira fuori e me la mostra dicendo contento:“Eccola”! Penso che attraverso l’atto del far scomparire e ricomparire la palla lui riviva l’esperienza di me sparita e poi ritrovata.
Qualche minuto prima della fine della seduta Niccolò lascia la stanza e mi chiude dentro lasciandomi nel caos totale di una stanza che sembra essere un campo di battaglia.
Penso che il micro-trauma del non essere stata trovata là dove lui si aspettava di trovarmi, abbia determinato per Niccolò una rottura dell’onnipotenza, confrontandolo con l’assenza e la separatezza: la madre-terapeuta diventa una presenza estranea e persecutoria che non può essere da lui integrata con la mamma presente, che lo tiene e lo sostiene. Questo accadimento ha fatto anche rivivere a Niccolò, nel transfert, l’esperienza traumatica originaria dell’improvviso cambiamento nel rapporto di unione con la madre e l’incontro con l’estraneità (anche in relazione con la figura paterna). Questa esperienza viene depositata nello spazio terapeutico e nella mia mente perché io possa contenerla, sentirla e significarla, consentendo al bambino di poterla progressivamente sperimentare, integrare, pensare.
Per tutto il periodo successivo a questa seduta Niccolò ripropone in ogni incontro questa modalità frammentata e disgregata che mi fa vivere, contemporaneamente, emozioni confuse e contrastanti. La frammentazione ed il caos delle sedute rimandano ad uno stato di disintegrazione difficile da contenere: i genitori sono molto spaventati e non riescono a dare un senso a questi comportamenti del figlio, che sentono essere distruttivi. In questi momenti mi sento a disagio, impotente ed in balìa di questo turbinio che talvolta cerco di interpretare come un caos che Niccolò sente e che prova a mettere fuori, tentando in tal modo di sperimentare la tenuta dello spazio e la mia. Talvolta mi identifico anche con i giochi calpestati e rotti che tento di proteggere raccogliendoli e rimettendoli nei cestini.
Penso che il trasferimento a Roma quando il bambino aveva tredici mesi, il rientro al lavoro della mamma, siano state delle esperienze di “delusione” troppo repentina e precoce che hanno lasciato un “buco” inelaborabile nel vissuto del piccolo.
La disintegrazione e la frammentazione che il paziente porta in seduta, mi fanno pensare alla “difesa elaborata” di cui parla Winnicott (1962), che consiste in una produzione attiva di caos come difesa contro l’integrazione in assenza di sostegno materno dell’Io che resta nell’ambito dell’onnipotenza.
Sembra che nell’atto del buttare gli oggetti è come se Niccolò riproducesse la sensazione interna di caos e confusione di parti di lui non tenute e non contenute, che vengono espulse fuori e che però ora possono essere esperite in uno spazio-contenitore che è quello terapeutico, ed anche condivise con l’altro (me terapeuta).
Il fatto che il collega fosse un uomo mi sollecita a fare delle ipotesi rispetto al rapporto di Niccolò con la figura paterna che forse, proprio come il collega alla porta, è avvertito dal bambino come estraneo, depositario degli aspetti materni frustranti. Gaddini (1989) parla di una funzione paterna che nasce dalla scissione di tutti quegli aspetti materni di attesa vissuta come assenza, come frustrazione, come vuoto, che vengono messi sul padre per preservare la figura materna.
Con il trascorrere dei mesi la presenza dei genitori nella stanza sembra funzionare anche per fornire un modello alternativo di introduzione di nuove modalità interattive con Niccolò. La mia funzione, inizialmente contenitiva e di supporto, assume nel tempo una connotazione diversa arricchendosi nell’offrire al bambino, attraverso piccole rappresentazioni ludiche, modalità interattive diverse nell’utilizzazione dei giochi, dando forma e nome alle esperienze emotive.
Ad esempio in una seduta in cui Niccolò mi lancia sulla scrivania una macchinina che cade a terra, io la raccolgo dicendo che forse la macchinetta sentendosi buttata via e allontanata con forza, proprio come forse lui si sente quando mamma e papà lo lasciano per andare al lavoro, è spaventata ed ha bisogno di sentirsi protetta e al sicuro, allora costruisco una sorta di garage con le costruzioni e la metto dentro, mentre Niccolò sorride dicendo che “ora la macchinetta è contenta nel garage”.
Partendo dall’imitazione di me terapeuta, che si pone con il bambino con una “funzione terza” di sostegno e differenziazione – processo che successivamente assumerà una connotazione più identificativa - il padre prova lui stesso ad interagire con Niccolò in maniera diversa dalla moglie, meno materna, meno protettiva; come se stesse prendendo corpo la nascita di una funzione nuova atta a differenziare, ad accogliere la separatezza e l’autonomia.
Anche negli incontri con la coppia cominciano ad emergere specificità e diversità dei coniugi e delle differenti interpretazioni dei comportamenti e del disagio di Niccolò; una differenziazione fra loro ed una conflittualità che può essere compresa, accettata e gestita nelle sedute con la coppia.
Sembra che le modalità di interazione di questi genitori con il bambino siano molto diverse: la mamma sembrerebbe trattarlo come un bimbo piccolo e bisognoso, il padre invece desidererebbe vedere un figlio autonomo, capace di gestirsi che va sfidato anziché sostenuto. Penso non ci sia ancora la possibilità di sperimentarsi nell’autonomia potendo contare sul sostegno dell’altro che contiene, media e rende possibile la crescita e la differenziazione non traumatica.
In una seduta Niccolò, dopo aver buttato i giochi a terra, si accorge che il trattore si è rotto ed è fuoriuscito il conducente: si ferma, lo raccoglie e prova ad aggiustarlo, non ci riesce e comincia a battere i piedi e la testa a terra. Il padre interviene e cerca a rimettere dentro il pupazzo, ma Niccolò non sembra soddisfatto perché si vede che non era più come prima; allora lo porta da me. Verbalizzo che buttando i giochi a terra e calpestandoli essi si possono rompere e poi lui sembra dispiaciuto e si aspetta che io possa aggiustarli. Riesco ad incastrare il pupazzo nel trattore e lo faccio correre verso Niccolò, il quale lo rimanda da me e cominciamo così a creare un gioco tra me, lui ed il papà. Commento che questo trattore e le macchinette possono essere usati da noi per correre, per creare delle connessioni e delle unioni.
Questa seduta sembra abbia rappresentato un viraggio nella terapia: infatti Niccolò nelle sedute successive non svuota più i cestini a terra, ma si avvicina cercando con fiducia quello di cui ha bisogno, che poi trova e contento comincia ad usarlo. Prende le macchinette, le porta alla scrivania, si siede a terra e le fa correre dalla parte opposta dove io le accolgo per poi rimandargliele: le macchinette corrono tutte insieme, una alla volta, si rincorrono, si trovano e si allontanano per poi ritrovarsi di nuovo. In opposizione a caos e frammentazione ora ci sono direzione, coesione e collegamenti, unioni tra me e lui, tra me, lui ed il genitore presente.
Avendo verbalizzato non solo il caos e la confusione presente nelle sedute, ma anche i sentimenti di Niccolò, avendoli potuti differenziare da quelli dei genitori, la qualità del “buttare” assume significati diversi: ad esempio diventa espressione di rabbia quando lui non si sente capito, oppure viene frustrato dai genitori o da me.
In prossimità delle vacanze estive (giugno 2007), che comunico con largo anticipo, tale modalità, collocandosi prevalentemente sul finire della seduta, sembra assumere il significato dell’effetto catastrofico della separazione che avverrà di lì a poco. Verbalizzo ed interpreto i sentimenti del bambino che non vorrebbe andare via ed il fatto che la mia comunicazione che dobbiamo salutarci, sembra farlo sentire, proprio come i giocattoli, buttati via, allontanati e rifiutati.
Dopo qualche tempo Niccolò, come avesse interiorizzato la durata della seduta, lascia la stanza qualche minuto prima della fine dicendo che “ora ci salutiamo e lui va a prendere mamma”. Sembrerebbe che ora il bambino stia provando a gestire le angosce separative facendosi attivo e facendo vivere a me i sentimenti di vuoto, di abbandono e di perdita, per lui ancora troppo difficili da tollerare e simbolizzare.
Ora sembrerebbe possibile cominciare a vivere la separazione e la separatezza, senza sentirsi annientati e disintegrati dall’angoscia conseguente.
Le macchinette sembrano essere la personificazione di Niccolò, di mamma e papà che possono stare insieme, separarsi e poi ricongiungersi in uno spazio-tempo condiviso che diventa “lo spazio di transizione” di cui parla Winnicott (1958, p. 285) che favorisce unione e separazione, vicinanza ed allontanamento.
In una seduta di metà giugno Niccolò prende uno spago e lo porta alla mamma in sala d’attesa. La signora lo afferra e chiede al figlio cosa ci deve fare; lui risponde che deve darlo a Ro. Mi spiegano che la signora è mamma Cangù e lui è Ro, il cangurino che vuole stare sempre nel marsupio della mamma. La madre gli chiede cosa ci fa il cangurino con lo spago e lui risponde che “è la corda per catturare Efi”. Lei chiede chi è Efi e Niccolò risponde che sono io. Io divento l’amico ‘Efelante’ che lui cattura con la corda ed insieme dobbiamo andare nel bosco per fare tante avventure.
Penso che, accettando di far entrare Niccolò con i genitori nella stanza, io abbia fornito la possibilità ad entrambi di cominciare una separazione non forzata e non traumatizzante: il bambino che non entrava da solo, rappresentava anche la parte simbiotica del genitore che non poteva tollerare di lasciare andare il figlio. Nel transfert sembra che, ora, per Niccolò io rappresenti non più solo un sostituto materno che verbalizza i sentimenti e le azioni e differenzia quelle sue da quelle di mamma e papà, ma un oggetto con qualità differenti da quelle materne, divento l’ amico-elefante con cui lui sente di poter andare a fare delle nuove avventure, lasciando il marsupio della mamma. Anche l’utilizzazione della corda sembra sottolineare l’esistenza e la concretizzazione di un legame che unisce, circonda, traina e tiene.
Nella penultima seduta prima delle vacanze estive Niccolò, (dopo nove mesi di terapia) dopo aver giocato con me con la corda a catturarci, lascia la corda e cade a terra. Io commento che lui ed io giochiamo a catturarci mantenendoci legati attraverso la corda, però, se poi la corda viene lasciata, lui non è più tenuto e cade a terra. Interpreto che con l’arrivo delle vacanze estive lui si sente come senza la corda che lo tiene in piedi e rischia di cadere.
Niccolò prende le costruzioni e prova a lanciarle verso di me, la madre lo ferma, ma lui si arrabbia e dice: “Lasciami, sono arrabbiato”! Interpreto la sua rabbia verso di me che ora lo lascio per andare in vacanza ed il suo sentirsi privato di un sostegno.
Tornati dalle vacanze estive Niccolò sembra contento di ritrovare i giochi e me.
Spesso mi dice: “Io…noi, ti vogliamo tutti bene”! Comincia poi a lasciarmi nella stanza da sola andando dal genitore in sala d’attesa, oppure mi chiude fuori dalla stanza e lui resta dentro con il genitore commentando che “io ora sto piangendo”.
Sembra che lui possa cominciare a separarsi dall’altro, seppure per brevi momenti, decretando lui la separazione: questo gli consente di non sentirsi abbandonato e ferito, al contempo sperimenta la reazione dell’altro che subisce la separazione, non restandone distrutto.
Spesso si affaccia nel corridoio per assicurarsi che io ci sia e che stia piangendo. Il genitore che resta con lui sembrerebbe non tollerare la separazione e spesso agisce le angosce e le paure del figlio dicendo che io fuori mi dispero, e che loro non possono restare nella mia stanza senza di me: Niccolò allora torna a prendermi per giocare tutti insieme.
In un incontro con i genitori essi mi raccontano che ci sono stati dei grossi miglioramenti: Niccolò durante l’estate è voluto andare al paese con la nonna per qualche giorno, ha chiesto alla mamma che gli venisse tolto il pannolino la notte e lei lo ha accontentato ed ha cominciato a dormire in camera da solo. Apprendo inoltre che ci sono stati cambiamenti concreti nella loro vita: la signora infatti ha ottenuto il contratto a tempo indeterminato presso la ditta per la quale lavora, ed il marito ha cambiato azienda, ottenendo un contratto più vantaggioso, ma soprattutto è stato trasferito a Roma ed hanno cominciato a fare dei piccoli lavoretti nella casa per renderla più vivibile.
Ritengo molto interessante in questo caso vedere come i movimenti di Niccolò verso una progressiva differenziazione siano sempre accompagnati da cambiamenti concreti nell’assetto familiare. Tali cambiamenti sembrano essere una esteriorizzazione di cambiamenti relativi al mondo interno della coppia genitoriale che sembrerebbero andare nella direzione di un investimento sulla autonomia e sulla differenziazione, non solo del bambino, ma anche della coppia che ora può sganciarsi dalle famiglie di origine.
Di seguito riporto una seduta nella quale si evidenzia un bambino molto diverso rispetto al bambino conosciuto un anno prima che quasi non aveva consistenza e si muoveva in modo robotico nella stanza. Qui c’è un bambino che usa gli oggetti, che gioca con me e che comunica attraverso il linguaggio intenzioni e stati emotivi, seppure abbozzati, e tenta di separarsi attivamente dalla mamma rappresentando la separazione attraverso l’immagine di una mamma che cade e si ferisce.
La separazione come ferita
Seduta del martedì 6 novembre 2007
A quasi un anno dall’inizio della terapia Niccolò arriva in seduta accompagnato dalla madre ed entra subito per giocare nella stanza mentre la signora va in sala d’attesa. Niccolò prende le macchinine e le fa scorrere verso di me. Mi dice che ora giochiamo che Niccolò e la zia si rincorrono mentre le altre macchine guardano. Il papà, la mamma e la nonna devono però restare vicine e se per caso vengono urtate e spostate dalle macchinette in corsa, lui ferma il gioco e mi chiede di metterle bene, oppure viene lui stesso a farlo. Interpreto che ora la macchinetta Niccolò gioca con la macchinetta zia, proprio come lui ed io giochiamo mentre la mamma è di là che aspetta. Aggiungo che però le macchinette che stanno a guardare devono restare vicine come per colmare il vuoto dell’assenza e non sentirsi sole senza di lui. Niccolò mi dice che “ora la mamma lo prende” tira la macchinetta Niccolò e poi mi dice di aspettarlo qui perché lui va a dire alla mamma di prenderlo. Va in sala d’attesa e parla con la mamma; dopo un po’ torna nella stanza chiudendo la porta dietro di sé con forza. Saltella eccitato e dice che “ora la mamma è caduta e si è fatta male”. Lo ripete diverse volte e poi va a nascondersi dietro alla tenda. Ripete che la mamma si è fatta male ed ora sta piangendo. Mi sembra un po’ preoccupato, allora gli propongo di andare a vedere cosa fa la mamma e lui accetta. Appena lo vede la madre gli dice: “Ma cosa fai prima mi dici di venire e poi mi lasci fuori?” Apprendo che poco prima lui aveva chiesto alla madre di seguirlo nella stanza, ma poi l’aveva chiusa fuori: forse per questo poi temeva che la mamma fosse caduta e si fosse fatta male.
Niccolò chiede alla mamma di venire con noi a giocare a rincorrerci. Dopo poco esce per andare in bagno e la mamma lo segue. Torna correndo e chiude la porta dietro di sé lasciando nuovamente la signora in corridoio. Niccolò in tono concitato ripete: “L’ho lasciata fuori,…l’ho lasciata fuori. Ora lei è caduta e si è fatta male!”
Interpreto che lui ora teme che avendo lasciato la mamma fuori dalla stanza, lei possa sentirsi sola e triste, immagina possa essere ferita perché non è con lui. Niccolò ripete che “ora è caduta e si è fatta male”. Gli chiedo se vuole aprire per vedere la mamma e lui accetta contento ed eccitato. Apriamo la porta e vediamo la signora nel corridoio che dice al figlio: “Ma che vuoi lasciarmi fuori, non mi vuoi dentro con te”?
Niccolò chiude di nuovo la porta e va a nascondersi dietro alla tenda. Continua a ripetere che la madre è caduta e si è fatta male. Comunico che ora dobbiamo salutarci e continueremo a giocare insieme domani: ora lui andrà da mamma e insieme torneranno a casa. Niccolò risponde: “No, no...non voglio…”e poi “…adesso arriva l’ambulanza che porta Niccolò e mammina a casa”.
In questa seduta Niccolò lascia fuori la mamma per la prima volta facendosi attivo nell’atto di abbandonare; egli verbalizza che la mamma è caduta proiettando su di lei quello che possiamo ipotizzare essere il suo vissuto di sentirsi caduto dalla mente dell’altro, abbandonato, ferito ogni volta che l’altro si allontana. Sembra che per Niccolò ora sia possibile patteggiare le angosce separative che sperimenta facendole vivere all’altro: prima alla terapeuta, ora anche alla mamma. La separazione, prima impensabile e non rappresentabile, ora può essere raffigurata come una caduta, una ferita. Nella seduta successiva, l’angoscia e il senso di colpa rendono impossibile la separazione del bambino dalla mamma che restano fisicamente attaccati per tutto il tempo.
Il bimbo immaginario
Verso metà marzo (dopo un anno e tre mesi di terapia) comincia ad essere presente, sia in seduta che a casa, un bimbo immaginario di cui Niccolò si deve prendere cura e attraverso il quale, a volte, esprime ai genitori i suoi stati d’animo, le sue emozioni ed i suoi bisogni. Negli incontri con la coppia cerchiamo di dare un significato a questa fantasia. Sembra che il compagno immaginario di Niccolò abbia una pluralità di significati e di funzioni: potrebbe essere espressione dei suoi aspetti più bisognosi e fragili che possono essere visti solo se messi nell’altro, oppure potrebbe rappresentare una soluzione creativa e una valenza evolutiva nel fronteggiare le angosce inerenti l’integrazione del Sé. Questo bambino immaginario potrebbe collocarsi nell’area dei fenomeni transizionali, nella transizione tra unione e separazione, dipendenza e autonomia; oppure potrebbe essere una figurazione del desiderio genitoriale (Adamo 2006).
A giugno i genitori mi annunciano contenti di aspettare un bambino. I miglioramenti di Niccolò ed il suo atteggiamento curioso ed affettuoso col bimbo immaginario, sembra abbia rappresentato per loro la possibilità di riprendere il sogno di una famiglia con tanti figli. Parlando di come si aspettano che Niccolò reagirà alla nascita del fratellino-sorellina, essi sembrerebbero negare completamente qualunque sentimento di gelosia e di invidia per loro impensabili.
Al ritorno dalle vacanze estive (agosto2008) mi raccontano di aver lasciato Niccolò con i nonni per tre settimane il mese di agosto e lui, pur esprimendo con estrema chiarezza i suoi sentimenti di rabbia, restava serenamente con loro. La separazione però era sempre preparata: i genitori, infatti, il giorno prima dicevano al figlio che l’indomani non li avrebbe trovati. Sembra che ora la disperazione e la rabbia provate dal bambino possono essere da lui espresse e verbalizzate e dai genitori, contenute, condivise ed elaborate.
La signora dice anche che il rientro a scuola è stato positivo: Niccolò li ha stupiti molto perché è diventato più aderente alla realtà, dimostrandosi presente e non perso in un mondo parallelo.
Seduta del giovedì 18 settembre 2008 (ultima seduta della settimana)
Niccolò vuole portare nella stanza il papà, prende il pongo, lo porta alla scrivania, me lo porge chiedendomi di fare un serpentone lungo. Prendo il pongo e lo allungo, Niccolò lo prende e comincia a tagliarlo a pezzettini che poi uno alla volta cerca di ricompattare in un unico pezzo. Mi chiede di fare la pancia. Lavoro il pongo fino a farlo diventare qualcosa di tondo e glielo porgo, lui contento prende le forbici e comincia a tagliare il pongo prima superficialmente, poi via via sempre più in profondità. Il padre chiede se quella è la pancia della mamma e lui annuisce e continua a tagliare; il papà allora dice che forse lui vuole aiutare il fratellino ad uscire! Niccolò risponde affermativamente, ma affonda sempre con maggiore forza le forbici. Il pongo a forma di pancia viene ridotto in tanti brandelli ed il papà, facendo una smorfia, ringrazia il figlio per l’aiuto al fratellino che lui dovrà proteggere.
Niccolò lascia i brandelli di pongo sulla scrivania e prende la mano al papà e comincia a tirarlo: si sdraia a terra e facendo leva sui piedi inarca la schiena e si tiene aggrappato al braccio del padre obbligandolo ad una posizione scomoda e dolorosa. Niccolò dice che dalla pancia usciranno una sorellina ed un fratellino. Il padre continuando a tenerlo in maniera sempre più impacciata, risponde sorridendo che nella pancia della mamma c’è soltanto un fratellino.
Niccolò dice di no e poi aggiunge che la sorellina resta incastrata dentro. Il padre cerca di rassicurarlo che non c’è nessuna sorellina che resterà dentro la pancia. Niccolò continua a tenersi alla mano del padre che però, dopo un po’, cede. Niccolò cade, sbatte la testa a terra e si arrabbia, piange e cerca con i piedi di dare botte al pavimento.
Niccolò vuole andare via. Dico che forse parlando della pancia della mamma e del fratellino lui sente il desiderio di andare a casa, e di stare con mamma come fosse il fratellino-sorellina che resta incastrato nella sua pancia.
Sembra che in questa, come anche in altre sedute, Niccolò rappresenti nel gioco i vissuti ed i sentimenti che prova rispetto alla nuova condizione della mamma: lui vorrebbe far venire fuori il fratellino, non soltanto come cerca di mettere in evidenza il papà, per la gioia di averlo presto fra loro, ma anche per interrompere questa condizione privilegiata di fusione con la mamma, che lui ancora desidererebbe vivere. La sorellina che resta incastrata nella pancia, forse rappresenta nella sua fantasia lui stesso che espelle fuori il fratellino e resta fuso con la mamma.
Credo sia interessante l’accadimento della caduta di Niccolò che non riesce più a tenersi-essere tenuto dal padre che sembrerebbe la drammatizzazione della paura di non sentirsi tenuto e contenuto dai genitori: lui che cade è come se fosse espulso dalla pancia ed anche dalla mente del genitore che lo sostituisce con un nuovo bambino.
La pancia e la panciolla
Seduta del mercoledì 1 ottobre 2008 (seconda della settimana)
Niccolò viene per la prima volta accompagnato dalla baby-sitter; arrivano in anticipo ed io li faccio aspettare. Preparata la stanza torno a prenderlo e lui subito corre nella stanza da solo mentre vengo trattenuta dalla ragazza che faccio aspettare fuori.
Raggiungo il bambino nella stanza, mi siedo alla scrivania e lui mi porta la scatolina del pongo e me la porge chiedendomi di aprirla e di fare il serpente lungo lungo che poi con le forbici taglia in tanti pezzetti. Unisce i pezzi di pongo mettendoli uno sull’altro e mi chiede poi di fare la pancia; io rendo tondo il pongo e poi lui contento e sorridente impugna le forbici e comincia ad infilzare la pancia sminuzzandola. Cerca poi di ricompattare il pongo che viene lasciato sulla scrivania. Niccolò prende un foglio sul quale comincia a disegnare delle figure ovali e tonde all’interno delle quali fa altri piccoli cerchietti che evocano nella mia mente le immagini di una ecografia. Chiedo se ha voglia di dirmi cosa ha disegnato e lui dice: “La pancia con dentro tutti i desideri”. Interpreto che sembra proprio che lui immagini che la pancia della mamma contenga tante cose preziose e desiderabili!
Niccolò taglia il foglio a pezzetti che lascia cadere a terra, poi esce dalla stanza e va in bagno, la baby-sitter lo raggiunge e lo aiuta, poi torna nella stanza correndo, entra e sbatte ripetutamente la porta chiudendola. Va al tavolinetto e prende le macchinine che porta sotto alla scrivania facendole correre dalla mia parte. Le macchinette mamma, papà e Niccolò corrono prima insieme, poi una alla volta ed io verbalizzo che le macchinette possono stare tutte insieme o anche correre separatamente, proprio come lui ora può stare in alcuni momenti con papà e mamma, ed in altri momenti stare da solo. Niccolò lascia la macchinetta piccola da una parte come a guardare e fa correre le macchinette mamma e papà che lancia con forza cercando di farle scontrare. Dico che ora la macchinetta Niccolò resta in disparte a guardare le macchinette mamma e papà che si rincorrono, si scontrano e fanno tanto rumore.
Niccolò prende il pongo e cerca di metterlo prima sotto alla macchinetta papà, poi non riuscendo a farlo restare attaccato, prova a metterlo sopra e contento fa correre la macchinetta con “la panciolla”. Per un po’ fa correre la macchinetta papà che poi lancia dalla parte opposta della stanza. Continua poi a far correre la macchinetta mamma e la macchinetta Niccolò.
Sembra che nel far scontrare le macchinine mamma e papà Niccolò rappresenti la scena primaria che lo vede escluso ed in una condizione osservativa. Mi chiedo anche se in questo momento Niccolò non stia esprimendo la sua fantasia che così come la “panciolla” nella realtà ce l’ha la mamma, forse potrebbe averla anche il papà, o anche lui stesso; inoltre mandando via il papà con la “panciolla” lui può avere la mamma tutta per sé.
Seduta del mercoledì 8 ottobre 2008 (seconda della settimana)
Niccolò viene accompagnato dalla mamma la quale invita ripetutamente il figlio ad entrare da solo nella stanza, ma lui non vuole saperne. Entrano insieme a giocare, ma poi Niccolò non si occupa più della mamma che fa sedere sulla sedia. Prende il pongo, mi chiede di fare il serpente che lui tagliuzza e poi va a prendere le tre macchinette e cominciamo a farle correre. Niccolò mi chiede di tirare solo la macchinetta mamma e la macchinetta papà, la macchinetta Niccolò deve restare dalla mia parte in attesa. Lancia con forza le macchinette che sbattono ripetutamente contro la scrivania e contro il muro: la macchinetta mamma in seguito ad uno scontro resta danneggiata e Niccolò subito si alza, me la porta e mi chiede di aggiustarla. Si è rotto un sedile interno che io cerco di aggiustare con lo scotch. Niccolò la prende e la riempie di pongo dicendo che “adesso la macchinetta è super-accessoriata: ha la climatizzazione e la radio dentro”! Dico che in seguito agli scontri la macchinetta mamma ha perso il sedile che lui mi ha chiesto di aggiustare, poi lui l’ha riempita di pongo e di tanti accessori, proprio come per riparare il danneggiamento.
Niccolò continua a lanciare la macchina che a furia di scontri si apre in due e lui cerca di forzare l’apertura, poi guarda la mamma e dice: “Tu resta lì ferma e guarda”. La mamma interviene dicendo al figlio di smetterla perché così la macchinetta si rompe e poi lui non può più giocarci.
Dico che ora la macchinetta mamma piena di cose belle, proprio come la mamma con la pancia contenente il fratellino, viene lanciata con forza da Niccolò che forse a volte può sentirsi arrabbiato con lei che aspetta un altro bambino. Potendo esprimere la sua rabbia e la sua aggressività nel gioco, lui tenta di proteggere la mamma reale dai suoi sentimenti di rabbia e di aggressività che possono essere espressi e poco alla volta accettati ed elaborati.
Sembra che in questa seduta il bambino voglia portare dentro la mamma per farla assistere a tutto questo gioco, nel quale lui esprime i suoi sentimenti di rabbia e di aggressività rispetto alla nuova condizione della mamma. Il fatto che ciò avvenga sotto lo sguardo della mamma reale ha un duplice valore: da un lato garantisce al bambino che la mamma possa comprendere ed osservare i suoi sentimenti che nella realtà i genitori tenderebbero a negare, dall’altro la presenza della mamma reale lo rassicura rispetto all’effetto dei suoi attacchi. Infatti, egli ad un certo punto si volta a guardarla come per assicurarsi e rassicurarsi che la mamma è lì al riparo da tutto e che forse al tempo stesso può, con il mio aiuto, comprendere e tollerare che lui possa provare ed esprimere, nella fantasia, tali sentimenti che ad un “bravo fratellone” non sarebbero concessi.
Niccolò si prepara alla nascita del fratellino facendosi regalare un bambolotto che nutre ed accudisce come secondo le aspettative dei genitori. A marzo nasce il fratellino ed è Niccolò stesso ad informarmi di questo, dicendomi che prima di venire è stato a trovare la mamma e Lorenzo in ospedale. Dopo qualche mese il piccolo paziente comincia progressivamente e riservare trattamenti più aggressivi alla bambola, della quale ad un certo punto chiede ai genitori di potersi disfare. I genitori con stupore mi raccontano che il figlio ha chiesto di buttare nel cestino il bambolotto perché a lui non piaceva più. Riflettiamo circa il fatto che ora che Lorenzo stà crescendo, ed è via via sempre più vigile, e non è più solo una “lumachina” come Niccolò lo aveva definito, lui vorrebbe disfarsene e non potendolo fare decide di buttare via il bambolotto.
Niccolò, nei mesi successivi alla nascita del fratellino, diventa sempre più provocatorio e richiedente nei confronti dei genitori che in tal modo non possono dimenticarlo né metterlo da parte.
Dall’amico immaginario alla capacità di immaginare e ricordare
La terapia di Niccolò è ancora in corso, e vorrei riportare un evento relativamente recente che mi ha profondamente colpita e commossa: in una seduta Niccolò, che ha da poco tempo perso una nonna a cui era molto legato, arriva in seduta e mi dice che lui oggi vuole disegnare “il ricordo di sua nonna”. Prende un foglio e traccia con il pennarello rosso quattro linee a formare una cornice, Poi prende il celeste e comincia a tracciare dei segni leggeri come volesse accennare ad un percorso che dice essere la nonna che sta sorridendo. Mi chiede di partecipare al disegno: io gli devo dire quando deve smettere di usare un colore e cominciare ad usarne un altro. Aggiunge che devo decidere io i colori usandoli tutti. Mentre disegna racconta con tenerezza che lui si divertiva tanto a giocare con la nonna, che però ora è andata in cielo. Dico che forse in questo ricordo della nonna ci sono tanti colori, proprio come il suo ricordo evoca in lui tanti sentimenti diversi, di gioia, di dolore, tristezza ecc. Niccolò dice che la nonna piange ed anche mamma e papà. Finito il disegno mi chiede di tagliare i bordi bianchi; poi prende il foglio e lo porta in sala d’attesa per farlo vedere alla mamma.
Tornato nella stanza il bambino si sdraia sul lettino e mi dice di essere triste ed anche arrabbiato perché la nonna è in cielo e lui vorrebbe che stesse sempre qui con lui.
Trovo meravigliosa questa seduta in cui Niccolò può ricordare la nonna e parlare dei sentimenti che la sua morte evoca in lui. Mi sembra straordinario come in Niccolò lo spazio terapeutico e la mente dell’analista abbiano potuto nel tempo contribuire a strutturare una funzione “terza”, simbolica, che ora lui sembra abbia potuto interiorizzare. Mentre prima l’oggetto, in modo onnipotente, smetteva di esistere dal momento in cui non era visivamente accessibile a lui, ora Niccolò sembra poter accedere ai sentimenti depressivi dell’assenza, accettando di poter far vivere in lui il ricordo della nonna morta. Sembra che ora il paziente abbia potuto accedere alla posizione depressiva di cui parla la Klein (1921-1958).
Bibliografia
Adamo S.M.G. ed.(2006), Il compagno immaginario. Roma, Astrolabio.
Anzieu D. (1996), L’Io pelle familiare e grippale. Da n°1/96 Interazioni. Roma, Franco Angeli.
Bion W. R., (1965), Trasformazioni: il passaggio dall’apprendimento alla crescita. Roma, Armando.
Gaddini E. (1989), La formazione del padre nel primo sviluppo infantile. Milano, Cortina.
Klein M. (1921-1958) Scritti 1921-1958. Torino, Boringhieri.
Russo L. (1998), L’indifferenza dell’anima. Roma, Borla.
Tustin F. (1975), Autismo e psicosi infantile. Roma, Armando.
Tustin F. (1990), Barriere artistiche nei pazienti nevrotici. Roma, Borla.
Vallino D. – Macciò M. (2006), Essere neonati. Roma, Borla.
Winnicott D. (1958), Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze, Martinelli.
Winnicott D. (1975) , Sviluppo affettivo e ambiente. Roma, Armando.
Winnicott D. (1963), La paura del crollo, da Esplorazioni psicoanalitiche. Milano, Cortina.
1 Il bambino, infatti, per il primo anno di età è stato accudito esclusivamente dalla mamma la quale racconta che quando Niccolò aveva 13 mesi si sono trasferiti a Roma e da quel momento lo sviluppo del bambino, che fino ad allora, era nella norma, si è arrestato. Continua dicendo che a livello linguistico il figlio non si è mai dovuto sforzare troppo in quanto lei soddisfaceva ogni suo bisogno prima ancora che lui lo esprimesse.
1La mamma racconta che il figlio appena nato dormiva sempre, infatti loro, a volte preoccupati, andavano a controllarlo spesso e per mangiare spesso dovevano svegliarlo.
2 Dopo circa quindici giorni dall’inizio della terapia di Niccolò in un incontro con la coppia la madre scoppia a piangere dicendo che poiché tutti i problemi del figlio sono nati con il trasferimento a Roma a causa del suo lavoro, lei vorrebbe lasciare tutto e tornare a vivere al paese. Ora però il bambino ha cominciato la terapia che in tal modo verrebbe interrotta, quindi loro non sanno cosa fare. Decido di intensificare gli incontri con la coppia assumendo su di me e sulla terapia la responsabilità di rinviare il loro ritorno al paese di origine.