Volume 1, Numero 2

Clinica

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Le caratteristiche della funzione paterna durante la pubertà dei figli. Considerazioni teoriche ed esperienza clinica

di Gabriele Terziani


(psicologo, psicoterapeuta specialista per l’infanzia, l’adolescenza e la coppia

ASNE-SIPsIA,

direttore Centro Clinico Ass.ne di Psicoanalisi della Relazione Educativa – APRE)



In questo lavoro cercherò di descrivere le caratteristiche della funzione paterna in pubertà. Per prima cosa, esaminerò, quindi, lo sviluppo puberale in generale, per poi cercare di identificare le componenti peculiari della funzione paterna in questo periodo della vita dei figli.

Sono pienamente consapevole di quanto sia artificioso operare su quest’argomento delle astrazioni, rispetto ad uno specifico momento evolutivo. Per questo, quanto dirò potrà riguardare, a volte, la funzione paterna nel suo complesso, in ogni fase di sviluppo dei figli; tuttavia, cercherò di mantenere sempre la pubertà come vertice di riflessione. Altra importante precisazione è relativa al fatto che, anche se molte considerazioni possono valere per ambo i sessi, mi occuperò prevalentemente dello sviluppo puberale del maschio.

Dopo la riflessione teorica, presenterò una situazione clinica, per cercare di avvalorare quanto detto basandomi su dati concreti.


Nei Tre saggi sulla teoria sessuale Freud, parlando dei cambiamenti che insorgono nel periodo puberale, scrive:


Finora la pulsione sessuale era prevalentemente autoerotica, ora trova l’oggetto sessuale. Finora operava partendo da singole pulsioni e singole zone erogene, che cercavano indipendentemente un dato piacere come unica meta sessuale; ora si dà una nuova meta sessuale, al raggiungimento della quale collaborano tutte le pulsioni parziali, mentre le zone erogene si sottomettono al primato della zona genitale” (Freud, 1905 p. 514).


Se consideriamo il primato della zona genitale non solo rispetto allo sviluppo sessuale, ma anche come un vero e proprio nuovo organizzatore psichico, è evidente l’impatto della pubertà sullo sviluppo psichico.

Tuttavia, si può considerare tale impatto come l’esito di un percorso. Lo sviluppo fisico pubertario, infatti, è un processo fisiologico, che comprende numerose modificazioni somatiche ed esita nella piena maturità sessuale1, a questo processo fisico corrisponde un parallelo processo psichico, che inizia prima della completa maturazione sessuale, passa per la piena pubertà, e sfocia nelle dinamiche psichiche adolescenziali.

Il periodo iniziale di questo processo psichico si colloca, secondo la Sapio (2008), fra il non più della latenza, e il non ancora della pubertà. “Il non ancora, ella scrive, è relativo alla comparsa di una iper-eccitazione diffusa poco o per niente mentalizzata, disorganizzata, scatenata per un nonnulla, che sembra non trovare sbocchi adeguati: non c’è ancora all’orizzonte un nuovo oggetto d’amore, né uno scopo sessuale designabile” (Ibid. p. 7).

Nel periodo immediatamente precedente alla pubertà, quando ancora non è stabilito “il primato della zona genitale” di cui parla Freud (1905, p. 514), è quindi presente un incremento di eccitazione pulsionale diffusa, non legata ad una specifica meta sessuale, che produce lo sconvolgimento dell’equilibrio psichico raggiunto in età di latenza. All’incremento della pulsionalità sessuale si aggiunge, inoltre, un aumento dell’aggressività, con la conseguente necessità di un continuo lavoro mentale di elaborazione.

Il prepubere si trova, quindi, in una condizione psichica fluttuante e in continua mutazione, i compiti evolutivi che deve affrontare riguardano l’integrazione degli aspetti pusionali e aggressivi che sente emergere, della propria immagine di sé e delle modificazioni dei rapporti con i familiari e con i coetanei.

E’ importante considerare, in quanto esito di questo processo evolutivo prepubertario, l’impatto perturbante dello sviluppo corporeo sulla mente, sviluppo che si palesa, in tutta la sua concretezza, nella completa maturità fisica dell’apparato sessuale. Tale aspetto viene preso in considerazione da diversi autori, seppur secondo diverse prospettive teoriche.

I Laufer (1984), ad esempio, parlano di breakdown evolutivo, inteso come un crollo psichico, derivante dal fallimento dell’integrazione dell’immagine del corpo sessuato in pubertà. “Il breakdown evolutivo alla pubertà, essi scrivono, esprime l’angoscia o il panico dell’adolescente nel trovarsi improvvisamente in possesso di un corpo sessualmente maturo” (Ibid. p. 41).

Tale crollo può manifestarsi immediatamente alla pubertà, oppure in seguito, in piena adolescenza, attraverso una ampio ventaglio psicopatologico, come improvvise fobie della scuola, tentativi di suicidio, disturbi alimentari, depressione.

Da parte sua Cahn (1991) pone l’accento sulla concretezza del corpo sessuato, che si impone in maniera inaspettata, senza nessuna evidente causalità diretta. Egli scrive:


l’apparizione dei primi peli, le modifiche dell’aspetto degli organi genitali e del corpo nel suo insieme, e poi, più o meno rapidamente ed indipendentemente dalle circostanze, la prima eiaculazione e le prime mestruazioni, sopraggiungono a materializzare, a raffigurare a livello corporeo un processo interno più o meno misterioso. Esso si impone ormai non solo alla vista, ma anche al tatto, all’udito, all’olfatto: la concretezza, la presenza di questo corpo <<altro>> si impone al soggetto suo malgrado” (Ibid. p. 9).


Il corpo sessuato è considerato, allora, un “estraneo perturbante” (Chan 1991, 1998), vissuto dal ragazzo pubere come estraneo appunto, e che, in qualche modo, si impone dall’esterno e necessita di una integrazione psichica.

Questa problematica è evidenziata anche da Gutton (2000), che definisce “pubertario”, il lavoro psichico necessario ad integrare lo sviluppo del corpo, la pubertà. Gutton scrive: “il bambino è passivo, sedotto tenero; nella scena pubertaria, diventa attivo, potenzialmente seduttore, fonte di passione. La dialettica fra narcisismo e pulsionalità diventa quella fra passività ed attività ” (Ibid. p. 48-51).

Tuttavia, la problematica dell’integrazione del corpo sessuato, seppur centrale, non esaurisce i compiti evolutivi del ragazzo pubere, ma in qualche modo ne dà l’avvio. Il raggiungimento della maturità fisica, pone infatti in primo piano il problema dell’integrazione dei desideri pulsionali divenuti attualizzabili, dell’incesto, del complesso delle difese, dell’essere attivo all’esterno del proprio nucleo familiare, con il consolidamento di una propria indipendenza relazionale esterna nel gruppo dei pari, del lutto degli aspetti infantili e degli oggetti arcaici, del rimaneggiamento narcisistico e identitario. Tali compiti evolutivi, prendono l’avvio dalla pubertà, e saranno presenti nel corso di tutta l’adolescenza, fino all’età adulta.

Per descrivere in sintesi la condizione di tumulto psichico ed emotivo della pubertà, mi sembra utile prendere in prestito le parole della Lucarelli (2008, p. 29) che scrive:


Quando la spinta pubertaria squalifica il dispositivo messo in atto nel periodo di latenza, si crea uno squilibrio nell’economia narcisistica dei ragazzi. I rapidi e continui cambiamenti corporei richiedono una costante revisione dell’immagine corporea e della rappresentazione di sé. Emergono conflitti narcisistici collegati alle trasformazioni corporee, dal momento che le immagini ideali di sé possono non corrispondere alla percezione dei cambiamenti corporei. Di conseguenza le reazioni affettive al proprio corpo sono molto instabili e possono andare dall’orgoglio e dall’euforia alla vergogna e al sentimento di inferiorità. La frequente disarmonia che appare nei ragazzi di questa età, che mostrano contemporaneamente aspetti ancora infantili insieme ad altri già adolescenziali, corrisponde internamente ad una situazione di particolare subbuglio nella quale gli assetti interni raggiunti nella latenza costituiscono ancora i punti di forza e di sostegno, ma contemporaneamente cominciano ad essere sentiti come inadeguati e impresentabili […]. La maturazione fisica è il segno esteriore che il ragazzo/a sta diventando come il genitore dello stesso sesso. I compiti relativi all’identità di genere emergono contemporaneamente al riemergere di vecchie identificazioni e idealizzazioni ma il rafforzarsi delle identificazioni con il genitore può, a volte, accentuare il conflitto interno e minacciare la ripresa della dipendenza […]. Il vecchio sistema di vita perde valore, mentre le soluzioni dell’equilibrio adulto sembrano ancora inaccessibili. E’ un periodo di transizione caratterizzato da una diffusa inquietudine, regressione e instabilità dell’umore e del temperamento, nel corso del quale gli affetti e il comportamento diventano più fluidi e imprevedibili […].”


Spostando il vertice di osservazione dal figlio al padre, ci si può chiedere che tipo di compiti, relativi alla funzione paterna, il padre stesso debba assolvere parallelamente ai compiti evolutivi del ragazzo. In questa complessa dinamica evolutiva, è importante, infatti, poter evidenziare alcune funzioni della figura paterna, fondamentali in questo momento dello sviluppo.

Penso che la funzione paterna, durante la pubertà, si configuri attraverso i seguenti compiti del padre, reciprocamente interconnessi:



Per quanto riguarda il primo punto, il rapporto con il padre, in quanto nuovo oggetto, diventa di fondamentale importanza come alternativa al rapporto con la madre, che può essere vissuto dal ragazzo pubere come eccessivamente invischiante e passivizzante. A causa di una maturità sessuale raggiunta, infatti, il rapporto con una madre troppo presente, risulta fonte di forte angoscia, in quanto impregnato di dinamiche incestuose. Il pericolo dell’incesto viene allora controinvestito, ammantando il rapporto con la madre di una dimensione infantile e passiva che però risulta castrante. Secondo Blos: “l’angoscia di castrazione che ha provocato il tramonto della fase edipica del maschio ricompare all’inizio della pubertà. Le angosce di castrazione puberali del maschio nel loro stadio iniziale riguardano la madre attiva, potente, procreante” (Blos 1962, p. 97).

In sintesi, il rapporto con un oggetto materno arcaico troppo presente, in questa fase, limita l’espressione di aspetti pulsionali e aggressivi adolescenziali, vissuti come angoscianti in quanto fonte di angosce edipiche incestuose da ambo le parti, e produce quindi un blocco evolutivo.

Il progredire del ragazzo verso un sano sviluppo psichico, implica quindi un’operazione di svincolamento dall’oggetto materno. Il rapporto con il padre diventa allora un’occasione di rilancio verso una condizione attiva di sviluppo, come se con lui si creasse “un’area intermedia” (Winnicott 1971), che faccia da sponda al figlio per investire l’esterno della famiglia con le sue nuove potenzialità. Come cercherò di mostrare in seguito attraverso la presentazione della situazione clinica, l’assenza di una figura paterna di riferimento, sia per motivi concreti quali ad esempio separazioni o decessi, che per motivi di indisponibilità psicologica, causa un forte danno rispetto alla possibilità di svincolarsi e di non incappare in un blocco evolutivo.

Tale operazione di svincolo, infatti, può essere compiuta dal ragazzo in presenza di un padre che permetta un processo d’identificazione con lui, identificazione che sostenga un sentirsi attivo e potente.


Questa considerazione, ci porta al secondo punto elencato sopra, relativo all’importanza del fatto che il padre possa porsi come fonte di identificazione e strutturazione dell’ideale dell’Io.

Dal rapporto con il proprio padre, attraverso l’identificazione con lui, il ragazzo mutua quegli aspetti di attività e potenza di cui ha bisogno per incanalare gli aspetti evolutivi pulsionali ed aggressivi che emergono in pubertà, e potersi di fatto svincolare volgendosi all’esterno. Questa situazione che può apparire paradossale, l’identificarsi con i propri genitori per potersene distaccare, non lo è, di fatto, se si pensa che ogni identificazione implica il prendere dentro le caratteristiche dell’oggetto facendole proprie, interiorizzando inoltre il legame che si ha con esso, e che attraverso questo processo è possibile superare i vincoli di dipendenza che si hanno con l’oggetto stesso, assumendone di fatto le capacità e le caratteristiche positive. Come scrive Jeammet (1999, p. 73): “il messaggio potrebbe essere formulato così: ‘devi essere te stesso indipendentemente dalla tua famiglia, ma per diventarlo devi essere un uomo come tuo padre o una donna come tua madre, vale a dire avvicinarti a loro fino a prendere in te le qualità che fanno di loro degli adulti, come vuoi diventare tu’.”

Tali qualità costituiscono proprio l’Ideale dell’Io, inteso come l’istanza psichica che traccia la strada di come si vuole essere, piuttosto che di ciò che non deve essere fatto. L’Ideale dell’Io si modella, infatti, sulle caratteristiche amate dell’ oggetto più che su quelle temute, e rappresenta un modello al quale il soggetto cerca di conformarsi (Laplanche e Pontalis 1967).

Secondo Blos (1984), l’Ideale dell’Io del ragazzo si struttura definitivamente in adolescenza come l’erede del rapporto con il proprio padre, e, più precisamente, attraverso la risoluzione del complesso edipico negativo. Egli dichiara: “ho postulato che la libido oggettuale che dà vita al complesso negativo, sotto la spinta della maturazione sessuale, vada incontro alla trasformazione in una struttura psichica che è alimentata da libido narcisistica. Ho individuato in questa nuova struttura l’ideale dell’Io adulto” (Ibid. p. 89).

E’ importante sottolineare che l’adolescente modellerà in seguito il proprio Ideale dell’Io, anche sulla base delle identificazioni con vari personaggi famosi, che egli innalza al ruolo di eroi (sportivi, attori, cantanti, artisti etc.), e sulle identificazioni con il gruppo dei pari. Tali identificazioni andranno a integrarsi, in maniera più o meno fluida, con l’Ideale dell’Io di origine paterna.

L’Ideale dell’Io ha una importantissima funzione nel periodo della pubertà e dell’adolescenza, in quanto serve a preservare l’equilibrio narcisistico, che come ho accennato più sopra viene messo a dura prova dalle modificazione corporee puberali e, in seguito, da tutti i compiti evolutivi del periodo adolescenziale. Un buon Ideale dell’Io, che si fonda sulla base di identificazioni relative a buone qualità paterne, costituisce un valido alleato per bilanciare le inevitabili tensioni narcisistiche connesse allo sviluppo.


Anche se questo può sembrare paradossale, la funzione di salvaguardia narcisistica del ragazzo pubere, è assolta, oltre che dall’Ideale dell’Io, anche dall’azione strutturante dell’autorità paterna.

Questo ci porta al terzo punto elencato, quell’aspetto della funzione paterna che riguarda il porre regole, limitazioni e confini. Tale funzione ha un’enorme importanza in ogni età, ed è alla base della strutturazione del Super-Io, tuttavia, in pubertà, riveste un ruolo di primo piano. Le limitazioni e i confini posti dall’esterno da parte del padre, aiutano infatti il ragazzo pubere e in seguito l’adolescente, a contrastare l’aumento delle spinte pulsionali e aggressive che, viceversa, lo terrebbero in scacco. Ovviamente porre dei limiti non significa reprimere, togliendo, quindi, al ragazzo la possibilità di trovare una sua strada, attraverso l’espressione dei propri desideri, che verrebbero percepiti, in questo caso, come proibiti e inammissibili da parte dei genitori. Al contrario i limiti posti dal padre, e il conflitto che ne deriva fra genitore e figlio, devono servire a quest’ultimo come uno schermo protettivo, che, aiutando a dilazionare il desiderio, promuova una strutturazione psichica e un processo di individuazione. Mi sembra illuminante, su questo punto, ciò che scrive Jeammet, che riporto per esteso:


Porre dei limiti, differire la soddisfazione, non significa reprimere […]. Significa, al contrario, permettere all’adolescente di maturare il suo desiderio e proteggere il suo narcisismo. […] L’assenza di limiti funziona come una vera e propria spinta al passaggio all’atto, obbligando l’adolescente a prendere coscienza, brutalmente ed in un modo che può essere umiliante, dei propri limiti ed inibizioni, oppure a lanciarsi troppo precocemente, in modo controfobico, in avventure per le quali non è ancora disponibile […]. Il limite viceversa salvaguarda la sua immagine di sé, nell’attesa di una sufficiente maturazione. L’assenza di limiti può precipitare l’adolescente in una parodia degli atteggiamenti adulti, nel far finta, nel simulare, e allora corre il rischio di confrontarsi con un sentimento di falsità, di vuoto interno, e con la drammatica ignoranza, da parte dell’ambiente, della sua realtà profonda”. (Jeammet 1999, p. 90-91).


Per questo autore, un'altra importante funzione dei confini posti dalla autorità paterna, è quella di facilitare una differenziazione, differenziazione proveniente dall’esterno, di cui il ragazzo pubere ha bisogno, non avendo ancora consolidato la propria identità interna (Ibid.). Il limite, il confine, infatti, pone sempre una differenziazione, differenziazione di ruoli, differenziazione di generazioni, differenziazione di sessi. La funzione paterna di autorità limitante esterna, diventa quindi il prototipo di una funzione di differenziazione psichica interna, che il ragazzo struttura durante l’adolescenza.


Quest’area ci porta all’ultimo punto elencato sopra, il paterno come fonte di figurazioni e rappresentazioni.

Lo stato di tensione relativo alla pubertà, che coinvolge come detto tutta la personalità, rende molto difficoltoso all’adolescente l’utilizzo di capacità introspettive che conducano a rappresentazioni su quanto gli accade. Assistiamo, perciò, al predominio dell’agire sul pensare.

I ragazzi in quest’età, per maneggiare meglio i propri conflitti interni tendono ad esteriorizzarli, non riuscendo a risolverli in una dimensione intrapsichica, e coinvolgendo l’ambiente, attraverso proiezioni. Tale modalità rappresenta una risorsa, a patto che non ci sia un eccessivo utilizzo della proiezione che finirebbe per impoverire eccessivamente l’adolescente, e che ci sia all’esterno un ambiente in grado di sostenere questo processo, senza concorrere ad esacerbare il conflitto che ne deriva.

A questo riguardo Jeammet parla della funzione della famiglia come di uno “spazio psichico allargato”, in grado di accogliere le proiezioni dell’adolescente per “restituirgliele elaborate, sfumate e più tollerabili” (Jeammet 1999, p. 25). Tale processo coinvolge sia il padre che la madre, ma è nelle loro differenti risposte e modalità che si strutturerà nell’adolescente, per converso, una maggiore differenziazione delle rappresentazioni interne, che lo salvaguarderà da una pericolosa confusione interna. Infatti “perdendo la loro differenziazione, le rappresentazioni perdono il loro potere discriminatorio ed il ruolo organizzante che deriva dal loro effetto di scudo protettivo, che consente la diluizione dei conflitti” (Ibid. p. 32).

In altri termini tutta la famiglia funge da contenitore per accogliere gli agiti dell’adolescente, che hanno un loro primo picco nel periodo della pubertà, e mette in atto una pensabilità, una sorta di funzione , per utilizzare un termine di Bion (Grimberg, Sor, Tabak de Bianchedi 1991), che, col tempo, può essere in qualche modo fatta propria dal ragazzo. Restringendo il discorso alla pubertà, è proprio la concretezza dei cambiamenti corporei che deve trovare rappresentazioni nella mente, come scrive la Sapio: “l’evento puberale, da subito deve gradualmente essere desensorializzato, interiorizzato, messo in figura e rappresentazione, interpretato; ciò è possibile in presenza interna ed esterna di un terzo, figura genitoriale” (Sapio 2008, p. 10).


Dopo questa premessa teorica, parlerò, adesso, di una situazione clinica, la terapia di Raffaele.

Raffaele è un ragazzo di 12 anni, da me seguito con sedute bisettimanali per un periodo di sette mesi, dopo i quali la madre ha voluto interrompere la terapia. Il fatto che si tratti di una psicoterapia interrotta, e non terminata o in corso, consente di riflettere sulle motivazioni di questa interruzione, motivazioni che riguardano anch’esse, come vedremo, il tema di cui sto trattando. Mi concentrerò principalmente sui primi tre mesi di terapia, e alla fine, prenderò in considerazione, brevemente, la sua interruzione.

Il mio tentativo è quello di far collaborare teoria e clinica, in modo che, da questa collaborazione, possa nascere una migliore comprensione del fenomeno in esame. Tale operazione verrà eseguita, per così dire, “in negativo”, poiché in questo caso è emblematica proprio la concreta assenza del padre, assenza che, unita ad altri fattori, gioca un ruolo fondamentale nel produrre il blocco evolutivo nel quale questo ragazzo si trova. In particolare, mi sembra interessante focalizzare fin d’ora l’attenzione su un aspetto specifico delle difficoltà di Raffale: il suo bisogno e la sua ricerca di un elemento paterno, che si ponga come un oggetto terzo separante, fra lui e la madre, e che possa permettergli l’avvio di un processo d’identificazione secondaria.

Raffaele mi viene inviato da un collega, che aveva effettuato una consultazione, e che al telefono mi comunica che il ragazzo presenta una situazione abbastanza problematica. Egli è obeso, pesa settanta chili per un metro e cinquanta di altezza, mangia sregolatamente, non va a scuola da molto tempo a causa di frequenti cefalee che spesso lamenta, è irritabile ed ha un rapporto di tipo simbiotico con la madre. E’ descritto come insicuro e ansioso, a scuola viene preso in giro perché “ciccione”, non ha amici fra i compagni di classe, ha legato con dei bambini, di due anni più piccoli di lui, che abitano nel suo stesso complesso condominiale. I suoi genitori sono separati da quando lui aveva cinque anni. Il padre, di 35 anni, vive e lavora fuori Roma dove ha un’altra compagna, e quindi vede il figlio di rado. La madre, di 38 anni, dopo essersi separata è tornata a vivere, insieme al figlio, a casa dei suoi genitori, dove, condividono la stessa stanza.

In un primo incontro vedo il padre e la madre di Raffaele insieme, nonostante quest’ultima si fosse mostrata molto scettica rispetto alla presenza del suo ex marito.

Durante questa seduta parla quasi esclusivamente lui, affannandosi nel cercare di dare un’immagine positiva di sé. Ha un atteggiamento che cerca l’approvazione, la vicinanza, quasi annullando le distanze e lasciando trasparire un forte bisogno di dipendenza. Mi dice quanto tenga a Raffaele nonostante le sue difficoltà oggettive nel vederlo spesso, e quanto consideri importante questa terapia, alla quale si dichiara pronto a dare il suo contributo nei limiti del possibile, nonostante, afferma, il rapporto con l’ex moglie sia ormai insanabilmente deteriorato. La signora non parla quasi mai, si limita a sorridere, correggendo l’ex marito e prendendo le distanze da quanto dice. Sembra quasi che voglia concludere in fretta l’incontro, come per fare fuori il padre di Raffaele, sul quale riversa una sorta di ironico disprezzo. Propongo di iniziare subito un lavoro terapeutico, in modo da non perdere tempo, considerando il lungo percorso diagnostico che Raffaele ha già effettuato. Si dimostrano subito d’accordo, la signora precisa che tanto sa già che dovrà pensare lei a tutto2.

Ancora prima di conoscere Raffaele mi sento di empatizzare con lui rispetto all’aver vissuto, e al vivere, una situazione familiare con un padre che sembra avere grosse difficoltà ad assumersi questo ruolo, ma mostra grandi bisogni anaclitici, ed una madre che appare castrante, con un atteggiamento fortemente svalutativo, ma che in definitiva sembra anch’ella presentare difficoltà nell’area della individuazione-separazione, della dipendenza, basti pensare al suo tornare in famiglia.

Di fronte a questa coppia di genitori, quello che fin da subito mi appare difficile, nel fuoco incrociato delle recriminazioni, delle svalutazioni e della accuse reciproche, è il riuscire a tenere una capacità mentale elaborativa, contenendo quanto viene riversato su di me, e combattendo costantemente contro la saturazione del mio spazio mentale. Quello che sembra risaltare maggiormente, infatti, è l’appiattimento delle differenze, delle individualità, sensazione che spesse volte proverò, in seguito, negli occasionali scambi verbali con la signora all’inizio, o alla fine delle sedute del figlio. Fin da subito appare evidente un’assenza di funzione paterna, la quale, come detto in precedenza, possa aiutare a promuovere una differenziazione interna in Raffaele, che, al contrario, sembra impantanato in una situazione di completa indifferenziazione (Jeammet 1999).

Quando vedo Raffaele per la prima volta, mi trovo di fronte un ragazzino obeso, vestito con una tuta da ginnastica, che somiglia molto alla madre, anche lei soprappeso, già nell’aspetto fisico appare una certa similarità fra loro.

Fin dai nostri primi incontri Raffaele studia la situazione, assume un atteggiamento di ostentata adeguatezza, mostrandosi bravo, senza problemi e non manifestando alcun bisogno. Egli tende ad annullare le differenze fra noi, e, come a cercare di porsi sul mio stesso piano, mi fa frequenti domande e svia i miei commenti. Solo quando si parla dei suoi mal di testa, egli sembra portare una difficoltà, un suo bisogno. Per esempio, ogni tanto, ad inizio seduta, Raffaele mi dice: “oggi non sono andato a scuola perché avevo mal di testa”, ma, non appena cerco di approfondire le emozioni e gli stati d’animo connessi a questa situazione, egli svia con grande prontezza

Col passare del tempo, il rapporto che si instaura con me rispecchia sempre più quello che il ragazzo ha con la madre. Egli, infatti, tende a trasferire la stessa modalità di relazione che ha con lei, e che posso descrivere come una sorta di preoccupazione per l’oggetto. Raffaele sembra non poter prendere senza dare qualcosa in cambio, sembra dover costantemente autoregolarsi rispetto alle reazioni dell’altro, in una modalità relazionale adesiva che non lascia spazio all’individualità. Spesse volte mi chiede se mi annoi con lui, se mi vada di fare un determinato gioco, se sto bene, è attento ad ogni mia espressione, ad ogni mio comportamento, si preoccupa quando disegna perché consumiamo i fogli, assicurandomi che me ne porterà altri da casa sua. In seduta, a parte disegnare, facciamo giochi come l’impiccato o tris, giochi altamente strutturati, che gli permettono di esercitare un forte controllo su quanto accade, a volte fino ad annullare lo scambio verbale più libero e spontaneo.

In questa modalità relazionale non c’è spazio per nessuna espressione di aggressività, che potrebbe essere fonte di separazione ed individuazione, al contrario emerge una forte difficoltà nel creare una distanza separativa fra noi.

Proprio questa impossibilità di esprime l’aggressività di origine puberale, riveste grande importanza rispetto al blocco evolutivo in cui Raffaele si trova. Come nota Winnicott (1971), il processo di crescita adolescenziale implica, infatti, la possibilità di esercitare una sana aggressività, che, in fantasia, uccida i genitori in quanto oggetti appartenenti all’infanzia. Affinché questo processo abbia un esito positivo, ciò che devono fare i genitori è sopravvivere a questi attacchi del figlio.

Questo concetto presenta molte affinità con quanto ho riportato sopra, riguardo all’importanza dell’autorità paterna nel porre dei limiti e dei confini. L’adolescente deve poter esprimere la sua aggressività, sentendo che questa non è completamente distruttiva per i genitori, che essi sono in grado di opporre un limite costruttivo e strutturante. L’assenza del padre e le caratteristiche della madre, sembrano aver reso molto difficoltosa questa esperienza per Raffaele. Egli non può mettere in campo un’aggressività, che sente, probabilmente, come eccessivamente distruttiva per la propria madre; in questo modo la funzione separativa, differenziante dell’aggressività è completamente annullata.

Raffaele appare molto identificato con la madre, a cominciare dall’aspetto fisico, dal quale non emerge con una sua identità maschile definita, fino al suo modo di comportarsi, allegro, simpatico, adeguato, ma con difficoltà a mostrare la parte bisognosa di sé. Il ragazzo e sua madre sembrano formare una diade, nella quale i bisogni reciproci vengono in qualche modo soddisfatti, attraverso un gioco di proiezioni che non permette distanza, separazione individualità, e all’interno del quale non può entrare nessun elemento terzo. Se l’assenza del padre implica, infatti, notevoli difficoltà di identificazione, la separazione dalla madre, appare complicata dal fatto che Raffaele sembra avvertire, in un certo modo, la fragilità narcisistica di questa e il bisogno di lei di non separarsi da lui, che in qualche modo ne soddisfa i bisogni anaclitici (Marcelli, Bracconier 1982). Quest’aspetto si ripropone, nel transfert, con quell’atteggiamento di Raffaele che più sopra ho chiamato “preoccupazione per l’oggetto”.

Ritengo che tutto ciò influisca fortemente sulla difficoltà di andare a scuola di Raffaele. La scuola diventa, in questo caso, un elemento terzo che viene vissuto con modalità persecutorie proprio in quanto estraneo e separativo3.

Proprio grazie a questo sintomo psicosomatico4, il ragazzo evita il confronto con l’altro, con l’esterno. In un colloquio con la madre apprendo che, il suo non voler andare a scuola, si esprime attraverso un’ansia che ha una ripercussione fisica. Il ragazzo, portato di fronte all’entrata della scuola, accusa dei dolori addominali, cefalee e piange pur di non essere lasciato, spesso la signora cede e non lo fa entrare, a volte portandolo con sé al lavoro.

Con il procedere della terapia, questa modalità si trasferisce sempre più alla terapia stessa, infatti, accade varie volte, che Raffaele accusi mal di testa e non venga in seduta. Lo stesso meccanismo che sembra intervenire nel suo non andare a scuola, si riflette transferalmente anche in terapia. I suoi mal di testa gli permettono di non separarsi dalla madre, di poter stare con lei, in un rapporto invischiante. La terapia ponendosi come terzo separante, diviene persecutoria, fonte di angoscia e quindi evitata.

In un’altra prospettiva si può anche pensare che Raffaele, dopo aver operato una scissione, proietti sulla terapia, come sulla scuola, tutto quanto vive di claustrofobico e persecutorio nel suo rapporto con l’oggetto materno. In quest’ottica, è come se il rapporto con me si possa strutturare come analogo a quello che ha con la madre, e quindi fonte delle angosce generate dalla reciproca eccessiva dipendenza. E’come se Raffaele tema, per così dire, “di cadere dalla padella nella brace”.

Nel complesso quindi, emerge, nei confronti della terapia, un transfert duplice, che si declina, da una parte, nel riproporre il rapporto invischiante che Raffaele ha con la madre, d’altra parte, invece, nel riprovare l’angoscia e l’evitamento che egli mette in atto rispetto a situazioni che, potenzialmente, lo possano separare dalla madre stessa.

Avverto perciò la necessità di pormi come un oggetto terzo, che gli permetta un passaggio attraverso un’area transizionale, scortandolo verso una differenziazione ed una soggettivazione. In sostanza, ritengo importante propormi come un oggetto nuovo, modello di identificazione secondaria, che possa fornire una spinta evolutiva ed una diversa modalità di vivere l’esperienza e processare il pensiero (Di Renzo 2003, Nicolò 2007).

La dinamica transferale testimonia la situazione di blocco evolutivo nella quale il ragazzo si trova, il suo essere invischiato in una relazione claustrofobica, indifferenziata e inglobante, con una madre castrante, dalla quale non riesce ad emergere, in quanto non può esprimere né un’aggressività che sente pericolosa per l’oggetto, né una pulsionalità puberale che, verosimilmente, sente foriera di angosce incestuose. D’altro canto, come accennato, non essendo presente una figura paterna, egli non ha la possibilità di operare un’identificazione secondaria con un oggetto maschile, che gli permetta di svincolarsi da un legame così esclusivo con la madre, ed avvii la risoluzione della riedizione del conflitto edipico.

Per illustrare la difficoltà del ragazzo di identificarsi con un oggetto maschile, di fatto indisponibile, mi sembra utile il seguente stralcio di una seduta, al secondo mese di terapia:


[…] Raffaele prende un foglio, fa una sagoma e dice “è venuto un corpo”, fa gli addominali dicendo “gli addominali”. Quando arriva all’altezza dei genitali dice “questo non si disegna”. Da lì il disegno peggiora, e poi fa una macchia scura sui genitali, mentre disegna dice “che caldo”. Commento che non sapendo se è maschio o femmina alla fine il disegno è diventato un po’ indefinito.

Lui dice che disegna sempre con dei ghirigori. Disegna quindi una matassa, dico che è una matassa alla quale è difficile trovare il capo e la coda. Mi chiede cosa sia una matassa, glielo spiego. Mi invita a trovare i lembi, ne trovo uno. Lui ne individua un altro. Un po’ per scherzo, poi ci prova meglio, commenta che è difficile, aggiunge che quel disegno è come quello del mal di testa.


In questa sequenza, Raffaele evidenzia le sue difficoltà nella costruzione di una immagine di Sé maschile. La sua rappresentazione di un corpo maschile adulto, con gli addominali, si infrange nel momento in cui si arriva ai genitali, i quali non possono essere rappresentati e quindi nemmeno pensati. Il ragazzo, infatti, opera una forte negazione, al loro posto c’è una macchia scura, e il disegno rimane indistinto, asessualizzato, né maschio né femmina.

Tutto ciò testimonia della sua grande difficoltà a viversi come maschio. Le stesse forme del suo corpo, obeso e quindi indifferenziato, così simile, in piccolo, a quello della madre (obesa anch’essa), sembrano porre, a questo ragazzo, un limite nella sua possibilità di sentirsi un maschio attivo e genitalmente potente. Questa impossibilità di pensare ed integrare uno sviluppo sessuale perturbante, fonte d’angoscia, e che per di più non trova un punto d’approdo esterno, una figura maschile che permetta un’identificazione, esita in una matassa indistinta che a conti fatti, come egli stesso dice, “è come il mal di testa”.

Il sintomo della cefalea, presente da quando Raffaele era piccolo, assume, adesso, un significato diverso rispetto all’attuale momento evolutivo. Esso, infatti, non è più, o meglio non solo, un prodotto dell’ansia di separazione, ma deriva da una tensione interna, dalla necessità di integrare gli aspetti puberali emergenti, necessità che trova Raffaele impreparato, incapace di trovare rappresentazioni. Egli, infatti, non sembra in grado di tradurre in pensiero quello che sente. Per esempio, nelle crisi prima di andare a scuola, il ragazzo non riesce a rintracciare un’esperienza emotiva esprimibile, ma sente un disagio fisico che per lui stesso rimane vago, indistinto e inspiegabile, parlando di questo mi dice: “non so perché ho sempre mal di testa, mi perseguita”.

Questa difficoltà nel trovare figurazioni, rappresentazioni, sembra essere un prodotto diretto della sua situazione di blocco evolutivo, causato dal rapporto invischiante che vive con la madre, e dall’assenza di un padre che possa aiutarlo, fungendo da sponda evolutiva ed operando una sana funzione paterna.

Per illustrare ancora meglio questa situazione di impasse, vorrei riportare un sogno che Raffaele mi racconta nel terzo mese di terapia:


Sogno


[…] “Sto giocando in un parco, ci sono tanti poliziotti, è scappato un leone dallo zoo, che arriva lì nel parco e uccide tutti. Io scappo con un signore, ci rifugiamo dietro una cosa di metallo, ma il leone la toglie e sbrana il signore.

Io fuggo a casa, ma il leone arriva anche lì e sbrana tutti, prendo mia madre e mi rifugio con lei nell’ascensore, che blocco spingendo stop, ma non al piano, in modo che il leone non possa raggiungerci. Il leone però scende da sopra, allora io spingo il bottone dell’ultimo piano e lo schiaccio”.

Commento che è un sogno che deve avergli fatto molta paura, risponde che quando si è svegliato ha tirato un sospiro di sollievo. Gli chiedo se gli viene in mente qualcosa rispetto a questo sogno, non gli viene in mente nulla. Chiedo chi potrebbe essere il signore che sta con lui, risponde che non lo sa, non gli vede la faccia. Non sembra voler parlare troppo del sogno.


Fra le varie possibili interpretazioni, mi sembra utile considerare il leone come il rappresentante degli aspetti pulsionali ed aggressivi di origine puberale emergenti, aspetti vissuti dal sognatore come fortemente distruttivi. E’ interessante notare che il leone si manifesta quando Raffaele gioca in giardino, quando cioè è indipendente, separato dalla madre, e quindi, in un certo modo, quello che il leone rappresenta (l’aggressività e la pulsionalità puberale), viene tenuto separato, scisso, dall’oggetto materno. Il leone uccide tutti, e non è controllabile nemmeno da un Super-Io che si dimostra debole (i poliziotti che vengono sbranati). Raffaele non può far altro che fuggire, egli fugge con un signore.

In questo signore, mi sembra di poter ravvisare la ricerca di un oggetto, io-il padre, che possa aiutarlo a superare l’angoscia proveniente dal perturbante sviluppo puberale. Fuggendo con una figura maschile, è come se Raffaele cercasse delle potenzialità identificatorie, per poter incanalare le sue tensioni interne in una dimensione virile di attività e potenza che non risulti distruttiva, ma evolutiva. Questa ricerca però, non ottiene successo, il signore nel sogno non sopravvive a lungo, e viene ucciso a sua volta, a testimonianza della scarsa presenza ed accessibilità di una figura di questo tipo, che possa attuare una sana funzione paterna, nella vita di questo ragazzo.

Trovandosi all’improvviso senza un riferimento maschile, Raffaele non può far altro che tornare regressivamente dalla madre, verso casa, e nascondersi con questa dentro l’ascensore, che viene bloccato, ma non al piano, e quindi dentro una relazione simbiotica che non permette motilità, evoluzione, trasformazione, via d’uscita. Il leone, a questo punto, viene schiacciato in alto, “spingo il bottone dell’ultimo piano” dice Raffaele, verso la testa, probabilmente provocando il mal di testa.

In sintesi, questo sogno sembra indicare un’incapacità del ragazzo di svincolarsi dall’oggetto primario, rimanendo bloccato in un rapporto simbiotico che non gli permette evoluzione, e che gli impedisce di trovare nuove figure di identificazione che lo aiutino a maneggiare e significare i cambiamenti corporei e le tensioni puberali emergenti.

Tuttavia, il sogno, che compare dopo tre mesi di terapia, mi sembra una prima importante possibilità di pervenire ad una pensabilità, seppure non ancora a livello conscio. Raffaele, infatti, non fa molte associazioni, e quello che sogna, di fatto, rimane per lui inutilizzabile nella ricerca di significati. Nonostante questo, però, al non pensare concreto e corporeo del mal di testa, si può opporre adesso una funzione di pensiero che trova, attraverso il sogno, immagini e rappresentazioni. Funzione di pensiero che, in qualche modo, è attivata dalla terapia, nella quale sembra possibile attuare quella caratteristica della funzione paterna, che riguarda proprio la ricerca di figurazioni e rappresentazioni delle tensioni puberali (Sapio 2008).

Questo sogno è anche uno dei primi momenti in cui Raffaele può portare in seduta una certa quota di aggressività, seppur mascherata attraverso le immagini oniriche. Finora, infatti, il ragazzo ha riprodotto, all’interno della seduta, la medesima situazione di blocco evolutivo che vive nella sua vita. Come detto, egli svia abilmente su ogni mio commento che può far emergere gli aspetti bisognosi del Sé, sforzandosi di mantenere lo status quo, e bloccando ogni evoluzione del nostro lavoro facendo esclusivamente giochi ripetitivi e di fatto molto strutturati, come l’impiccato o il tris, e successivamente gli scacchi.

Ma è proprio nel gioco degli scacchi che ravviso un certo cambiamento. Infatti, dal terzo mese di terapia, lo stesso periodo in cui compare il sogno del leone, Raffaele inizia a portare la scacchiera, e a chiedere di giocare a dama, e, preferibilmente, a scacchi. Egli vince spesso, e può permettersi di gioirne apertamente senza preoccuparsi troppo di me, come finora ha sempre fatto.

Sembra che, attraverso gli scacchi, Raffale possa permettersi di ingaggiare un confronto, di esprimere una sana aggressività che trova un contenimento nella sua stessa modalità di espressione, e quindi può essere sentita da lui come maneggiabile e meno pericolosa. In questo senso, il gioco degli scacchi assolverebbe al duplice compito di operare un controllo della situazione transferale in seduta, coartando ogni espressione fantasmatica, e di esprimere una aggressività che, limitata e contenuta, gli permetta una certa gratificazione. La scacchiera stessa funziona quindi come un limite, un confine che incanala gli aspetti più aggressivi, attivi, depotenziandone la persecutorietà.

Il giocare a scacchi si configura come possibilità di porsi in una posizione separata, sostanzialmente attiva e maschile. All’interno della terapia, Raffaele può trovare nuove modalità espressive, che permettano il superamento del blocco evolutivo e il riavviarsi verso una differenziazione, individuazione e soggettivazione.


Mi fermo qui nel raccontare l’evoluzione del lavoro con Raffaele, per occuparmi brevemente dell’interruzione della terapia.

Arriviamo alla separazione per le vacanze estive, dopo sette mesi di lavoro. Nell’ultimo periodo, il ragazzo oscilla fra momenti in cui si mostra più attivo, partecipe e propositivo, e periodi durante i quali non viene in seduta, adducendo a motivazione il mal di testa. Queste assenze, come è facilmente comprensibile, si verificano con sempre maggiore frequenza all’approssimarsi della separazione per l’estate, della quale Raffaele è preavvisato con largo anticipo.

A settembre, dopo le ferie, arrivo a studio e trovo una lettera della madre che mi dice che Raffaele non potrà più proseguire la terapia, motivando l’interruzione con la mancanza di soldi. Non riesco a mettermi in contatto telefonicamente con loro, pur provando più volte. Scrivo, allora, a mia volta, un lettera nella quale esprimo il mio dispiacere per non averli rivisti alla ripresa della terapia, e li invito a contattarmi per parlare meglio della cosa. Purtroppo non ottengo nessuna notizia. Rimango con dei sentimenti di tristezza e di rabbia nei confronti della signora, mi sento tagliato fuori e sento vanificati tutti i miei sforzi nell’aiutare Raffaele.

Si possono trovare varie interpretazioni di questa interruzione, in qualche modo tutte legate alla separazione per le vacanze estive. Purtroppo, non potendo vedere Raffaele e parlare con lui, non mi è possibile capire in che misura, in questa interruzione, giochino le sue angosce rispetto a quelle della madre, elemento che, del resto, richiama per l’ennesima volta gli aspetti patologici del loro legame.

Vorrei comunque indicare brevemente alcune linee interpretative, connesse al tema della funzione paterna, naturalmente senza la pretesa di essere esaustivo.

Ritengo che, non ripresentandosi a settembre, Raffaele e la madre intendano fare fuori l’elemento terzo, paterno, sostanzialmente per tre motivi fra loro collegati.

Innanzitutto, perché, come già accennato, la terapia rappresenta un terzo separante, che si intromette nella loro relazione simbiotica e quindi è vissuta, in maniera persecutoria da Raffaele e dalla madre, i quali, per vari motivi, devono mantenere una situazione di blocco e di indifferenziazione. Quest’ipotesi assume più consistenza se si pensa che il nostro lavoro iniziava ad ottenere dei risultati, promuovendo una funzione separativa. Purtroppo, in questo tipo di situazioni, un mancato intervento anche sul genitore, rende estremamente difficile la riuscita del lavoro terapeutico con il figlio, lavoro che può venire inconsciamente attaccato in vari modi, fino all’interruzione. Gli aspetti patologici di cui è portatore il figlio spesso sono funzionali all’equilibrio familiare o, come in questo caso, al singolo genitore, che non riesce a sopportare una separazione e un’individuazione del figlio stesso.

Un’altra ipotesi interpretativa riguarda, invece, soprattutto Raffale. E’ possibile pensare che la terapia sia fonte, per lui, di angoscia persecutoria in quanto rappresenta il pericolo di separarsi dalla madre, per cadere in un’altra situazione di dipendenza infantilizzante, senza di fatto potersi mai affrancare. Di questo aspetto ho parlato più sopra come della possibilità di “cadere dalla padella nella brace”. In quest’ottica la terapia viene transferalmente assimilata ad un oggetto materno arcaico passivizzante, più che ad un oggetto paterno occasione di svincolo e rilancio evolutivo.

Infine, ed in questa interpretazione gioca un ruolo fondamentale la separazione estiva, si può ipotizzare che la mia assenza per le vacanze riproponga, nel transfert, il trauma dell’assenza del padre, unitamente alla mancanza di fiducia nella presenza della funzione paterna. In quest’ottica, allora, Raffaele e la madre, interrompendo la terapia, si pongono in una condizione attiva di abbandonare, più che in quella passiva di subire quest’abbandono, confermando a se stessi l’inutilità di un’apertura, di una loro separazione, e rinsaldando, alla fin fine, il blocco evolutivo della diade madre-figlio. Nella ripetizione traumatica, il padre, il maschile, rimane, allora, una figura di cui non è possibile fidarsi, sfuggente ed inaccessibile. D’altro canto la mia assenza, il mio scomparire, può essere inconsciamente sentito, da Raffaele, come un effetto negativo diretto dell’espressione della sua pulsionalità ed aggressività puberale. Come se, in qualche modo, io non abbia potuto resistervi, dimostrando, per l’ennesima volta, l’inconsistenza della figura maschile.


Ho cercato di delineare le caratteristiche di una buona funzione paterna durante la pubertà dei figli. Successivamente ho cercato di esemplificare meglio quanto ipotizzato, presentando una situazione clinica nella quale, ad un’assenza di funzione paterna, corrisponde un blocco evolutivo .

Vorrei concludere, adesso, con una considerazione di ordine più generale. Nel suo interessante lavoro, pubblicato in questo stesso libro, Castellazzi (2009) parla della crisi della funzione paterna e del dilagare di una società maternalizzata, nella quale vige la logica del tutto e subito, dell’azione al posto del pensiero, dell’onnipotenza, del narcisismo, del principio del piacere a scapito del principio di realtà. Tutto ciò produce, come egli dice, una varietà di sintomatologie non più appartenenti ai classici quadri psicopatologici, ma comprendenti, ad esempio, i disturbi psicosomatici, l’anoressia, la bulimia, la tossicomania, gli attacchi di panico, le automutilazioni, le condotte a rischio, le sindromi border-line, disturbi tutti riconducibili a personalità dello spettro narcisistico. Ci troviamo di fronte, mi sembra, a patologie che non hanno più a che fare con il classico modello del conflitto, ma con un vero e proprio deficit strutturale, causato, anche, dalla crisi della funzione paterna.

Come terapeuti dobbiamo quindi chiederci che tipo di interventi adottare, come adeguarci nella pratica clinica al mutamento delle manifestazioni psicopatologiche. Infatti non ci troviamo più di fronte ad un inconscio da svelare, con i suoi contenuti da portare alla coscienza, e ad un conflitto intrapsichico da comporre (ad esempio fra desideri, pulsioni, e istanze superegoiche), ma abbiamo a che fare con un’assenza di struttura, di confini e di limiti. Paradossalmente, ci troviamo nella condizione di dover favorire la rimozione piuttosto che osteggiarla.

Ritengo quindi che siano certamente fondamentali, tutti gli interventi modellati su una funzione materna, che presentino caratteristiche di contenimento, accoglienza, empatia, ma anche, e in certi casi forse di più, quelli che ricalcano una funzione paterna che struttura, pone dei limiti e dei confini. Tali aspetti, probabilmente, andranno ricercati nelle caratteristiche dei vari setting terapeutici (setting istituzionale, o privato, singolo, di coppia o di gruppo, etc.), con tutte le loro diverse peculiarità, che andranno calibrate a seconda della patologia che ci troveremo a trattare.



Dott. Gabriele Terziani, Psicologo, Psicoterapeuta.

Membro Associato Sipsia: “Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Infanzia, dell’Adolescenza e della Coppia”.

Socio Ordinario Apre: “Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa”.

E-mail: gabri_ter@hotmail.com

Tel: 335/7426917

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1 Lo sviluppo puberale comincia, a livello fisiologico, con la secrezione dell’ormone di rilascio delle gonadotropine, il quale induce un’intermittente produzione dell’ormone luteinizzante (LH), e dell’ormone follicolostimolante da parte dell’ipofisi. La secrezione delle gonadotropine ipofisarie dà l’avvio all’accrescimento e alla maturazione delle gonadi. L’inizio di questo sviluppo si colloca, mediamente, ai 10/11 anni per le femmine, e ai 12/13 anni per i maschi (Behrman, Kliegman 1990).

2 E’ importante puntualizzare che, sia il collega che li ha seguiti per la valutazione, sia io, in questo colloquio e anche in seguito, sollecitiamo, entrambi i genitori a seguire un percorso terapeutico personale, pensato anche per proteggere la terapia di Raffaele. Purtroppo il loro rifiuto pone, fin dall’inizio, una seria ipoteca sul lavoro che si può fare con questo ragazzo.

3 Per una completa trattazione delle problematiche legate alla fobia della scuola si veda: V.L. Castellazzi (1988). Psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza: le nevrosi, Roma LAS, p. 131-152.

4 Raffaele è andato in un Centro Cefalee, dove, dopo aver effettuato numerosi esami, non è stato riscontrato alcun problema fisico.